Dobbiamo cambiare epoca

Segnalati

L’ilva ha fatto svalutare tutti i tesori di Taranto

PORTO – TURISMO – CULTURA – PESCA
MARICOLTURA – AGRICOLTURA

A TARANTO ABBIAMO:

  • Il maggiore inquinamento registrabile a livello europeo che produce il maggior numero di malattie mortali, tumori dei polmoni e del sangue, lesioni respiratorie, ecc.; dalle misurazioni ufficiali il 92% della diossina emessa dalle industrie italiane proviene dall’Ilva di Taranto; dal Registro dei Tumori salentino emerge un aumento del 30% dei tumori a Taranto rispetto alla media regionale.
  • Un altissimo livello di sottosviluppo economico e disoccupazione, dato dalla crisi dell’acciaio, dell’indotto e dalla mancanza di alternative sviluppate, ingiustificato rispetto alle dimensioni e ai profitti di un’azienda così grande.
  • Un elevato impoverimento culturale, conseguenza dell’annullamento di iniziative rivolte alla storia, all’arte, alla letteratura, alle tradizioni, ecc.
  • Un enorme spreco delle risorse del territorio, un ambiente ai minimi termini, acqua ad aria inquinati, agricoltura e pesca di bassa qualità, porto e turismo svalutati e impraticabili, penalizzati da un paesaggio fatiscente a causa di un’enorme struttura industriale visivamente opprimente e oggettivamente ingombrante.

A TARANTO VOGLIAMO:

  • La salute: non possiamo pensare che le malattie sono il costo del lavoro e della sopravvivenza.
  • Lavoro per vivere e non per morire.
  • Avviare attività che portano profitti, lavoro, valore aggiunto e qualità della vita, adatte al nostro patrimonio, alla nostra storia e alle nostre risorse (porto turismo cultura pesca maricoltura agricoltura artigianato archeologia).
  • Una città bella da vedere e da visitare, che sia considerata e trattata come merita.
  • La vivibilità, ovvero camminare per le strade senza vedere gli edifici sporchi di minerale, e incontrare le persone senza parlare di morti ammalati o infortunati sul lavoro.
  • Costruire un futuro migliore e alternativo, per evitare la condanna che è stata scelta per questa città 40 anni fa, che ora non ci sta più bene.
  • Dare una possibilità alle nuove generazioni, che possano scegliere di costruirsi un futuro a Taranto e che non siano costretti a cercare una vita migliore altrove.

Dall’acciaio alla tecnologia

Dall’acciaio alla tecnologia
Così è rinata Pittsburgh

Il cuore di Pittsburgh: computer e biomedica hanno sostituito l’acciaio nel ruolo di traino dell’economia della città americana
Le Università hanno battuto la depressione degli Anni Ottanta
IRENE TINAGLI
PITTSBURGH
Pittsburgh? Ma davvero? Così ha reagito mezza America quando la casa Bianca ha annunciato la sede del G20 del 23 settembre. Appena Robert Gibbs, portavoce di Obama, ne dette l’annuncio in sala stampa si sollevò un mormorio istantaneo, costellato da risolini. «Pittsburgh suscita l’ilarità della sala stampa» annunciò – per niente offesa – la televisione della città. In effetti i primi ad essere sorpresi sono stati forse proprio i pittsburghesi. Una città semplice, umile, che ha ancora radici operaie, perché è da lì che è nata. A fine Ottocento Pittsburgh registrò una crescita senza precedenti: nel 1860 contava 43 mila abitanti, 50 anni dopo la popolazione era più che decuplicata, arrivando a 533 mila. Nel 1911 Pittsburgh produceva metà di tutto l’acciaio americano. Con le guerre mondiali la produzione di acciaio aumentò e negli Anni Cinquanta Pittsburgh arrivò quasi a 700 mila abitanti.Una città prospera, ma anche varia e multietnica perché le fabbriche avevano attratto lavoratori da tutto il mondo: tedeschi, polacchi, e anche tantissimi italiani. Nel quartiere di Bloomfield si trovano ancora botteghe piene di statuette di San Gennaro o negozi come Donatelli’s o Pennsylvania Macaroni, dove si trovano pasta, mozzarelle, prosciutti e panettoni, tutto rigorosamente di marca italiana.

La semplicità e l’umiltà di Pittsburgh nascono da queste radici operaie e popolari, ma anche dall’aver assaporato il declino e la sconfitta. Perché quando negli anni Settanta si cominciò a sentire la concorrenza internazionale, che produceva acciaio a prezzi più bassi, Pittsburgh entrò in una depressione senza precedenti. Nei primi Anni Ottanta perse 153 mila posti di lavoro, la popolazione cominciò a calare inesorabilmente fino a quota 300 mila. Le enormi e splendide case vittoriane furono abbandonate, interi quartieri si spopolarono. L’unica cosa che rimase di quell’epoca tanto operosa furono fabbriche vuote e tanto, tanto inquinamento. Pittsburgh era una delle città più sporche e inquinate d’America. Lo scrittore James Parton la descrisse come «un inferno senza coperchio».

Oggi che è tornata alla ribalta giornalisti e media di tutto il mondo all’improvviso si sono accorti di lei, e la sua rinascita viene presentata fulminante e istantanea. Si racconta dei progetti edilizi da milioni di dollari che imperversano in downtown, o dell’avanzatissimo ospedale per bambini inaugurato un paio di anni fa. Ma questo è solo l’ultimo pezzo della storia.

La rinascita di Pittsburgh e’ stata lenta e caparbia, come la gente che ci abita. E non è nata dal nulla. Le tanto osannate aziende high tech o le super cliniche mediche hanno radici lontane. Perché Pittsburgh non è stata solo acciaierie e carbone. Al contrario, è sempre stata un luogo ricco di scienza e tecnologia. Fu qui che l’imprenditore George Westinghouse fondò la Westinghouse Electric Company, i cui «laboratori delle meraviglie», agli inizi del secolo scorso stupivano gli americani con le prime radio, televisioni, frigoriferi, e altre cose all’epoca incredibili. Ed è qui che Jonas Salk fece le sue sperimentazioni che portarono alla scoperta del vaccino antipolio: un vaccino nato anche grazie alla disponibilità di migliaia di pittsburghesi che per anni si sottoposero volontariamente ai suoi esperimenti o ne finanziarono la ricerca.

Tutto è cominciato a fine anni Ottanta, quando si cominciarono ad intravedere i segnali di una nuova rivoluzione tecnologica. Quella poteva essere la via d’uscita per una città che aveva perso le sue fabbriche, ma aveva ancora uno dei centri tecnologici più all’avanguardia del paese, con l’università di Carnegie Mellon, e una ricerca medica avanzatissima all’Università di Pittsburgh. Così tutte le risorse della città e dei suoi magnati sono andati a supportare centri di ricerca, progetti di trasferimento tecnologico, nuove aziende che commercializzassero le tecnologie. Da questi sforzi sono nate aziende all’avanguardia, come il motore di ricerca Lycos, nato dal progetto di un professore di Carnegie Mellon, o la Fore Systems, una delle prime aziende di internet switching equipment fondata da tre ricercatori della stessa università.

Bill Gates viene ad scegliere i suoi direttori di ricerca in questi laboratori e ha investito 20 milioni di dollari per costruire proprio qui il nuovissimo Gates Center for Computer Science. Lo stesso vale per innumerevoli aziende di biotecnologie nate da progetti dell’Università di Pittsburgh. Grazie a questa massiccia iniezione di risorse e fiducia nella ricerca più avanzata le università pittsburghesi si sono affermate a livello internazionale ed hanno attratto migliaia di studenti, ricercatori e professori da tutto il mondo, che si sono insediati nei quartieri circostanti l’università, come i quartieri di Shadyside e Squirrel Hill, ingrigiti e spopolati negli anni piu’ bui. Con gli studenti sono arrivati i caffè, i localini, i negozi di dischi. E con i facoltosi docenti sono arrivati anche i negozi di lusso, le piccole boutique, i ristoranti di qualità, e tante villette abbandonate hanno ritrovato splendore. A metà anni Novanta i segnali erano già visibili.

Ecco, è questa la rinascita di Pittsburgh, nata da un misto di investimenti e lungimiranza dei ricchi pittsburghesi che in modo caparbio e sistematico hanno investito nella città, ma anche da un insieme di fattori assolutamente spontanei. Perche’ alla fine la vera forza di Pittsburgh è proprio questa: forse non colpisce il turista o il businessman frettoloso, ma sa farsi voler bene da chi ci abita.

Anche per questo che chi ci ha vissuto per qualche anno continua a considerarla «casa» a lungo. Basta pensare a Michael Chabon, rivelazione letteraria degli ultimi anni, che dopo gli anni all’Università di Pittsburgh ha continuato per anni ad ambientare i suoi romanzi nella vecchia città pensilvena. Oppure a Burton Morris, uno dei maggiori esponenti della nuova pop-art americana. Morris si è trasferito a Los Angeles, vicino ai suoi clienti più ricchi. Ma lo si vede ancora spesso passeggiare nel quartiere di Shadyside, seduto ai bar di Walnut Street o a chiacchierare con i proprietari della Moser Gallery, che ancora conserva alcuni dei suoi primissimi pezzi.

Come ha dichiarato uno studente a un giornale locale «it’s a city that grows on you», «una città che ti cresce addosso», che apprezzi piano piano. È assai probabile che le migliaia di giornalisti che si stanno precipitando a Pittsburgh resteranno delusi, e si chiederanno «ma perché Pittsburgh?». Ma in fondo è giusto che sia così. Altrimenti Pittsburgh non sarebbe più Pittsburgh, con la sua anima e i suoi misteri.

Articolo originale

Taranto avrà giustizia

INCHIESTA DELLA PROCURA SPERANZA PER IL FUTURO

Taranto avrà giustizia

Ad una settimana dalla perizia dei chimici sull’inquinamento dell’Ilva, pesa come un macigno l’imbarazzante silenzio delle Istituzioni e dei sindacati

Non c’è stato niente da fare. Ad inizio settimana, avevamo provato a prenderla col sorriso ed un po’ di sarcastica ironia. In un secondo momento, abbiamo scelto di far passare qualche giorno di silenzio, lasciando spazio ai tantissimi comunicati (soprattutto degli ambientalisti su cui stendiamo l’ennesimo velo, ma sulle cui gesta presto torneremo a scrivere) che sapevamo già in anticipo avrebbero invaso la casella di posta della redazione. Ovviamente, non abbiamo potuto fare a meno di leggere i due comunicati provenienti dal magico mondo dei 200 camini dell’Ilva. Così come siamo rimasti nuovamente storditi dall’assordante silenzio in cui sono sprofondati le nostre istituzioni e i sindacati (tranne qualche rarissima eccezione).

E così, ad una settimana dalla consegna della relazione della perizia dei chimici nominati dal Gip Todisco nella maxi inchiesta in corso sull’Ilva di Taranto, siamo costretti a fare i conti con un deserto istituzionale e non, che in italiano potrebbe trovare la giusta trasposizione in due termini semplici, ma molto chiari: connivenza e pavidità.

E sì, cari signori. Perché non è francamente accettabile che chi sino all’altro giorno sguazzava in un mare di retorica e di termini senza senso, oggi possa pensare di cavarsela trincerandosi dietro una cortina di silenzio, la cui nebbia si vede da molto, molto lontano. Ed è proprio in questo clima quasi surreale, che trova sponda sin troppo facilmente l’Ilva e la sua area comunicazione, avanti anni luce oltre che ai nostri rappresentati politici, anche ad alcuni organi di stampa e mass media locali, che continuano giorno dopo giorno ad annacquare, omettere o addirittura a disinformare sulle tante finte verità ad oggi sbugiardate e su quelle su cui per decenni si è colpevolmente taciuto. E così, il giorno stesso della consegna della relazione della perizia dei chimici, l’Ilva ha fatto subito sentire la sua voce, sostenendo come pur essendo ancora presto per esprimere giudizi, “vi è una constatazione inequivocabile sul fatto che i livelli emissivi dell’Ilva sono tutti nei limiti di legge, incluse le diossine. Noi lo sapevamo, ma è importante vederlo riconosciuto anche dai periti nominati dal Gip che hanno svolto in un anno innumerevoli sopralluoghi ed ispezioni presso lo Stabilimento dell’Ilva”. Poi, appena tre giorni dopo, l’Ilva, quasi divertita dal silenzio istituzionale imperante, arrivava addirittura a mettere in dubbio la relazione dei chimici, affermando che “sui quesiti i periti del Gip danno alcune risposte sintetiche e secche ma poi leggendo la perizia tutto diventa meno chiaro e sicuro. Insomma a leggere le conclusioni si ha un’idea, a leggere la perizia un’altra”.

Ma il gioco è sempre lo stesso: omettere la verità, tagliare le frasi a metà, confondere le acque di una relazione di 554 pagine, che, strano a dirsi per lavori del genere, contiene il dono di una chiarezza accessibile a tutti. Talmente chiara che, poche righe dopo le frasi estrapolate a proprio uso e consumo dall’Ilva, troviamo scritto quanto segue: “poiché allo stato attuale alle emissioni derivanti da questi impianti non sono installati i sistemi di controllo in continuo né viene verificato il rispetto dei limiti dei parametri inquinanti previsti dal D.M. 5 febbraio 1998 sopra detti, tali emissioni non risultano conformi a quanto previsto dalla normativa nazionale. Inoltre poiché ai suddetti camini non sono installati i sistemi di controllo in continuo alle emissioni, non c’é alcun elemento che dimostri il rispetto dei limiti”. Punto. Il discorso, per noi, potrebbe anche terminare qui. Perché basta questa semplice frase per dimostrare, ancora una volta, che l’Ilva mente sapendo di mentire. E soprattutto, quando sa di essere in torto, reagisce sempre nella stessa maniera: ovvero assumendo l’atteggiamento di chi cerca sempre una scappatoia per dimostrare la sua innocenza o la sua presunta colpevolezza dovuta però a cause da attribuire al “fato cinico e baro”.

D’altronde, come spiegare altrimenti l’atteggiamento di un’azienda che puntualmente ricorre al Tar per qualunque atto venga emesso nei suoi confronti? Negli ultimi due anni hanno fatto ricorso praticamente su tutto: contro il referendum consultivo (che però si farà visto che il Consiglio di Stato ha dato ragione ai promotori); contro la Relazione Tecnica dell’Arpa del giugno 2010, cha attribuiva alle cokerie dell’Ilva la responsabilità del 98% della presenza di IPA e benzo(a)pirene nell’aria del rione Tamburi; contro la Conferenza dei Servizi del marzo del 2011 che addebitava all’Ilva la contaminazione della falda acquifera, riuscendo di fatto a bloccare in sede regionale l’approvazione della legge sulle bonifiche delle falde acquifere; addirittura, hanno avuto l’ardire di fare ricorso contro alcune prescrizioni presenti nell’AIA rilasciatagli nel luglio scorso, ricorrendo proprio nei confronti di quei provvedimenti urgenti e non più rinviabili che diminuirebbero, anche se non in maniera esaustiva, l’impatto sull’ambiente come la copertura dei parchi minerali (tra l’altro prevista in quei famosi atti d’intesa firmati nel 2005 che, ad oggi, nessun ente si è preso la briga di andare a verificare se e in che misura fossero stati rispettati; hanno ricorso anche contro le nuove tariffazioni dell’acqua decise dalle Regioni Puglia e Basilicata per impedire che continuino a prelevare 250 litri al secondo dall’invaso naturale del Sinni per loro personale uso e consumo pagandolo un’inezia.

Insomma, loro ricorrono, sempre e comunque. Spesso con l’appoggio dichiarato o silenzioso di istituzioni e sindacati, e grazie ad un pool di avvocati di prim’ordine. Ricorrono contro la nostra vita e il nostro futuro, da sempre: senza che nessuno osi mettersi di traverso, visto che l’Ilva, sino all’altro ieri, è stata definita un’industria modello a livello europeo.

Possibile che dopo la perizia dei chimici nessuno, tra Comune, Provincia e Regione, abbia sentito l’esigenza di ammettere di aver sbagliato? Possibile che non abbiano il coraggio di fare un’inversione di marcia a 360° su quanto detto e fatto negli ultimi anni? Quante volte ci siamo sentiti dire che “ci vogliono le carte che dimostrino chi e quanto ha inquinato”? Quante volte ci è stato ripetuto che l’eco-compatibilità è l’unica strada percorribile per coniugare ambiente, salute e lavoro, anche grazie alla farsa clamorosa a cui abbiamo dovuto assistere a fine dicembre, dopo che i quattro campionamenti effettuati dall’Arpa Puglia sul camino E-312 avevano dato come risultato finale la somma di 0,3 nngr/m3 di diossina, dunque rientrante nel limite annuale di 0,4 previsto dalla legge regionale?

Ora prenderanno altro tempo, faranno altre riunioni inutili, firmeranno atti d’intenti e protocolli fittizi, chiederanno lumi ad Arpa Puglia, CNR, Asl e quant’altri. Continueranno a prenderci in giro. Ma state bene attenti, però: perché se per vostra disgrazia l’inchiesta appurerà il nesso causale tra inquinamento e malattie, tra emissioni decennali senza controllo e le migliaia di morti, nessuno vi potrà più salvare. Non vi salverà la Storia, né il tribunale della vostra coscienza. Meno che mai vi salveranno i tarantini e l’anima di questa millenaria città. Anche se dovremo attendere altri 100 anni per avere la verità finale su tutto, noi, quel giorno, ci saremo. Fino all’ultimo respiro.

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

L’Ilva inquina: adesso come si difenderà?

AMBIENTE MALATO: LE INDAGINI DELLA MAGISTRATURA

L’Ilva inquina: adesso come si difenderà?

Ora non ci sono più scuse. A prescindere dalla presunzione d’innocenza. L’Ilva inquina: non c’erano dubbi prima, meno che mai che ne sono oggi. Certo, l’inchiesta della gip Todisco è ancora in corso. Certo anche che il gruppo Riva reagirà con sue perizie. Ma è pure sicuro un fatto: a cosa riuscirà ad aggrapparsi stavolta la squadra di consulenti a cui già fa riferimento l’Ilva? Magari ai campionamenti inutili effettuati dall’Arpa nelle ore mattutine, che dicono come le emissioni siano nella norma della Legge antidiossina? Oppure a qualche elaborato scientifico del quale conosce solo essa l’esistenza e la provenienza, magari tirando fuori un altro bel Rapporto su Ambiente e Sicurezza per una splendida passerella della propria arroganza e dell’ennesimo tentativo di confutare la verità?

E ci chiediamo: cosa dicono adesso i ‘nostri eroi’ baresi Vendola, Assennato e Nicastro? E’ la magistratura che ‘inquina’ la verità oppure le loro parole sono del tutto inattendibili?

Perché da tempo, e il mondo degli ambientalisti quasi alla noia, invochiamo e pretendiamo che i campionamenti delle emissioni siano h24. Solo così riusciremo a certificare quel che, ad esempio, hanno già relazionato i carabinieri del Noe a suo tempo: di notte, da quelle parti si scatena l’inferno. Basterebbe, e non ci stancheremo mai di ripeterlo, osservare quel che accade nelle ore notturne per rendersene conto.

Ma c’è di più. Gli slalom della maggior parte dei nostri politici, dei sindacalisti e di parte della classe economica sulla vicenda sono ormai da relegare ai soliti discorsi vuoti: qualcuno avrà ancora il coraggio di parlare di eco-compatibilità?

Del resto, è proprio della scorsa settimana un episodio che sembra essere passato sotto silenzio, o quanto meno ha avuto poco risalto, e non già per l’obiettivo prefissato. Parliamo della lettera che il sindaco Stefàno ha inviato al premier Monti e all’impegno della Regione su una proposta di alcuni consiglieri: entrambi parlavano delle grandi difficoltà della marineria pugliese, in particolare di quella tarantina.

Che c’azzecca, direte voi. C’azzecca, c’azzecca, perché in quei documenti c’è il chiaro riferimento ai danni ambientali subiti dalla nostra città (Stefàno cita anche le aziende fonti dell’inquinamento). Dunque, se questi politici hanno contezza di quel che accade a Taranto, ci spieghino perché si limitano a esibire un bel documento e si fermano lì: sono impotenti oppure dei pavidi? Temono ‘ritorsioni’ da parte dei potentati industriali oppure sono costretti all’obbedienza da parte delle lobby politiche? O gracchiano soltanto per dare in pasto al popolo quanto siano bravi a interessarsene e, come al solito, poi si giustificano con frasi del tipo “la strada per migliorare l’ambiente a Taranto è lunga e bisogna saper coniugare lavoro e salute”?

Taranto è a un bivio, forse è nei suoi anni più importanti del secolo. Se è vero che chiudere un’industria gigantesca come l’Ilva non è come spegnere un interruttore, è altrettanto vero che davanti allo Stato, vero artefice di quanto accade qui, bisogna aprire una ‘Vertenza Taranto’ in cui chiedere il risarcimento per i decenni di colonizzazione e pretendere politiche vere di sviluppo alternativo affinché questo territorio venga bonificato completamente, riducendo al minimo indispensabile l’ingombro di fabbriche che a noi non servono.

Ma non solo. E’ ora che le nostre Istituzioni chiedano il risarcimento danni decretato dalla sentenza di condanna all’Ilva del 2005, aprendo il cassetto laddove è nascosta la pratica: sarebbe il primo passo verso la svolta, e soprattutto sarebbe l’occasione per i nostri rappresentanti di dimostrare nessuna paura verso questi ‘colossi’ dell’industria italiana.

Infine, sarebbe pur l’ora di ricacciare in gola a Vendola e compagni le parole pronunciate a fine 2011 su una vittoria che non esiste, quella della riduzione dell’inquinamento a Taranto: per farlo, i nostri consiglieri regionali dovrebbero finalmente alzare la testa e ribellarsi, visto anche quanto accade nella razzia di risorse nei nostri confronti su temi per noi strategici.

E’ un’utopia? Non crediamo affatto. Perché ci sono tutte le carte in regola per agire. E ora più che mai diventano fondamentali le scelte dei tarantini chiamati alle urne per le amministrative. In campagna elettorale, badate bene, non basteranno le promesse: si può intervenire ora. Rinviare sarebbe l’ennesima presa per i fondelli. La salute dei cittadini vale più di ogni altra cosa, e va difesa sempre e comunque.

Marcello Di Noi
direzione@tarantooggi.it

Inquinamento, è colpa dell’Ilva

L’INCHIESTA

Taranto, i periti del tribunale ”Inquinamento, è colpa dell’Ilva”

Per la prima volta, nero su bianco, la correlazione tra i veleni record della città e l’insediamento siderurgico. Nell’inchiesta sono indagati i vertici del colosso, accusati tra l’altro di disastro colposo e avvelenamento. L’azienda: “Emissioni nei limiti”

di GIOVANNI DI MEO e GIULIANO FOSCHINI

TARANTO - Oltre 500 pagine per mettere nero su bianco che dall’Ilva di Taranto vengono emesse in atmosfera sostanze come diossine e Pcb, pericolose per i lavoratori e la popolazione. E’ la prima verità sull’inquinamento a Taranto, dove è stata depositata la relazione dei periti chimici che costituisce la prima parte della maxi perizia sull’Ilva, disposta nell’ambito di un incidente probatorio, che dovrà accertare se le emissioni di fumi e polveri dallo stabilimento siderurgico siano nocive alla salute umana nell’inchiesta al maxi colosso. I documenti sono ora al vaglio del gip Patrizia Todisco, che nominato gli esperti e disposto l’accertamento peritale durato oltre un anno. Ad essere indagati sono Emilio Riva, presidente dell’Ilva spa sino al 19 maggio 2010, Nicola Riva presidente dell’Ilva dal 20 maggio 2010, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento Ilva, Ivan Di Maggio, dirigente capo area del reparto cokerie, Angelo Cavallo, capo area del reparto Agglomerato. Le accuse sono disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico.

DOCUMENTI LE CONCLUSIONI DELLA PERIZIA DEI CHIMICI (.pdf)

La perizia dove stabilire se le emissioni di fumi e polveri dallo stabilimento siderurgico siano nocive alla salute sia degli operai che lavorano nel siderurgico sia dei cittadini di Taranto e dei comuni limitrofi, e se all’interno della fabbrica siano rispettate le misure di sicurezza per evitare la dispersione di diossina, Pcb e benzoapirene. Nelle risposte dei periti le prime verità. Nel documento si legge nero su bianco per la prima volta le risposte a queste domande.

Per quanto riguarda il primo quesito concernente “se dallo stabilimento si diffondano gas, vapori, sostanze aeriformi e sostanze solide (polveri ecc.), contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori operanti all’interno degli impianti e per la popolazione del vicino centro abitato di Taranto e, eventualmente, di altri viciniori, con particolare, ma non esclusivo, riguardo a Benzo(a)pirene, Ipa di varia natura e composizione nonché diossine, Pcb, polveri di minerali ed altro la risposta è affermativa”, scrive nelle conclusione della propria perizia il pool di periti chimici chiamato ad analizzare l’aria di Taranto, ed i veleni che respirano i tarantini.

Per quanto riguarda il secondo quesito concernente “se i livelli di diossina e Pcb rinvenuti negli animali abbattuti, appartenenti alle persone offese indicate nell’ordinanza ammissiva dell’incidente probatorio del 27.10.2010, e se i livelli di diossina e Pcb accertati nei terreni circostanti l’area industriale di Taranto, siano riconducibili alle emissioni di fumi e polveri dello stabilimento Ilva la risposta è affermativa” rimarcano gli uomini del pool. E ancora, rispondendo agli altri “quesiti” del gip: per quanto riguarda il terzo quesito concernente “se all’interno dello stabilimento Ilva di Taranto siano osservate tutte le misure idonee ad evitare la dispersione incontrollata di fumi e polveri nocive alla salute dei lavoratori e di terzi la risposta è negativa”.

Ma non solo. I periti spiegano cosa andrebbe fatto, da subito, per l’aria di Taranto: “Per quanto riguarda il fenomeno dello slopping si ritiene necessario, al fine di ridurne l’entità, che si proceda rapidamente da parte di Ilva nell’implementazione del sistema esperto di regolazione del processo di soffiaggio dell’ossigeno e dell’altezza della lancia nel convertitore, così da svincolare, per quanto possibile, il controllo dell’operazione dall’intervento dell’operatore. Solo attraverso la registrazione di tutti gli eventi occorsi si potrà verificare l’efficacia delle procedure adottate per pervenire, se non all’eliminazione, almeno alla riduzione del fenomeno”.  “Altro adeguamento necessario” è la chiosa degli esperti “è rappresentato dall’adozione dei sistemi di monitoraggio in continuo dei parametri inquinanti alle emissioni derivanti da impianti in cui sono trattati termicamente rifiuti, in cui i medesimi dovevano essere installati a partire dal 17 agosto 1999”.

“Non posso esprimere giudizi troppo articolati, la perizia è di molte pagine e ho potuto leggere solo le sintesi finali dei sei quesiti – commenta l’ingegner Aldolfo Buffo, rappresentante della Direzione per la qualità, l’ambiente e la sicurezza dell’Ilva – ma mi pare di poter dire che vi sia una constataione inequivocabile sul fatto che i livelli emissivi dell’Ilva sono tutti nei limiti di legge, incluse le diossine. Oggi si è consumato solo il primo atto, la perizia del gip, ci saranno altri passaggi, tra cui le risposte dei nostri consulenti. Non vi sono evidenze certe, ma solo ipotesi che saranno oggetto di ulteriori approfondimenti. Aspettiamo la fine del confronto per esprimere giudizi definitivi”.

Sulla questione è in corso infatti anche una perizia medico-legale da parte di tre consulenti: il professore Annibale Biggeri, docente ordinario all’università di Firenze e direttore del Centro per lo studio e la prevenzione oncologica; Maria Triassi, direttrice di struttura complessa dell’area funzionale di igiene e sicurezza degli ambienti di lavoro ed epidemiologia dell’azienda ospedaliera universitaria ‘Federico II’ di Napoli, e il dottor Francesco Forastiere, direttore del Dipartimento di Epidemiologia dell’Asl di Roma.

(27 gennaio 2012)

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A Taranto manca l’aria

A Taranto manca l’aria

Claudio Monteduro, presidente dell’“Associazione malati d’Epatite e di danni d’organo EPAURION”, inter viene in merito alla questione ambientale della città di Taranto, attraverso una lunga riflessione.

“Ho cominciato a capire, quando avverto che il respiro si fa difficile, che non è per un deficit del mio organo polmonare, ma qualcosa che occupa la mia mente con troppa intensità, e percepisco con grande sofferenza essere un pensiero dal quale scaturisce una rabbia incontenibile. Il tutto m’accade quando mi raggiungono le molte notizie di un telegiornale o quelle che riesco a leggere fino in fondo ad un articolo di un quotidiano che m’informano di quanto e come avviene in modo riprovevole ogni giorno su questo pianeta, difficile da com prendere e poterlo accettare senza essere colti da una sorta di sdegno.

“Sul nostro pianeta, nel nostro stato, nella nostra città, nella quale vivo: ed è proprio quella della quale voglio parlare e di quelli che come me sono costretti a viverci e come viverci. Voglio parlare di quello che non si riesce a far recepire ai miei concittadini, a tutti i tarantini con i quali condivido quel respiro che credo mi manchi come l’ho prima descritto. Vorrei chiedere a chi legge se non prova la medesima sensazione, forse non proprio perfettamente da me descritta, e se continuando a leggere non troverà motivo di riflessione su quanto dirò a proposito del mio fastidio, per ché di disturbo fastidioso trattasi quando da più parti viene lanciato un allarme che interessa tutti e per la salute di tutti, quando una condizione economica affoga nella catastrofe che politici imbelli e disonesti hanno contribuito a creare, non si colga un cenno di disapprovazione, un segno di disagio su quanto incombe sul nostro futuro e su quello più importante delle generazioni a venire che possa essere avvertito e condannato.

“Le generazioni che vivranno la realtà che con la nostra ignavia gli avremo lasciato in eredità. Ricordiamo che saremo responsabilmente chiamati a darne conto. Come potremo farci per donare se avremo lasciato loro una ampia area del nostro territorio eccessivamente inquinata e difficilmente e faticosamente bonificabile, come avremo la forza di scusarci se non avremo avuto l’avvedutezza di scegliere una classe politica coraggio sa che facesse rispettare i diritti di una comunità che aspira legittimamente ad una vita dignitosa sotto ogni aspetto, etico morale e socia le. Allora quando mi assale la sensazione di soffocamento è per tutto quello che non riesco a sopportare, per esempio il disimpegno che l’opinione pubblica esprime per un problema ch’è sotto gli occhi anche di chi non vuol vederlo. In questa nostra città non c’è più vita che possa definirsi tale e la maggior parte di noi non avverte il pericolo d’estinzione della dignità ch’è un bene inestimabile. Chiedere che vengano rispettati i diritti a volere essere risarciti per i danni alle cose e alle persone che tutte, nessuna esclusa, le industrie ospitate sul nostro territorio, hanno provocato a tutta la comunità, in particolare gli abitanti del quartiere Tamburi, è solo un parziale riconoscimento da parte di questi signori che le gestiscono e dalle quali ne traggono irripartibili ingenti profitti.

“L’associazione che rappresento m’impone di grida re forte a nome degli ammalati da danni d’organo a tutte le istituzioni sia amministrativa comunale e particolarmente regionale che sia dato un termine allo scempio dell’ambiente che da anni è vulnerato dai veleni emessi dalle mefitiche produzioni industriali che in condominio siamo costretti a subire. Altre situazioni analoghe in altre regioni (vedi Genova) sono state risolte per le reazioni di un’opinione pubblica determinata a farsi rispettare.

“Esempi quindi ce ne sono e a questi i tarantini dovrebbero raffrontarsi con un impeto di ravveduto decoro, per scrollarsi di dosso quella reputazione negativa di “mollezza” tanto riportata dalle cronache antiche. Potrà mai accadere ? È la domanda di chi come il sottoscritto si rivolge credendo possa esserci una risposta che darebbe un senso alle lotte che solo pochi hanno ingaggiato contro il mostro dell’indifferenza.

“Chissà se una nuova gestione amministrativa, espressione del voto di una volontà popolare, consapevole del ruolo che le viene affidata, sia capace di con seguire il cambiamento del l’attuale realtà alla quale i più avveduti, tra cui noi, aspiriamo”.

Smemorati in continuo


L’ULTIMA FARSA DI ILVA E ARPA PUGLIA
Smemorati in continuo
Per chiudere in bellezza un 2011 “storico”, l’Ilva S.p.A. e Arpa Puglia hanno deciso di ritrovarsi nel salotto degli studi di una nota tv locale nella serata del 30 dicembre, per augurarsi buon anno e per continuare ad incensarsi sui nuovi traguardi raggiunti. A rappresentare l’ente regionale per la protezione ambientale c’era il direttore generale Giorgio Assennato, mentre il siderurgico ha inviato come rappresentante Adolfo Buffo, responsabile Ambiente e Sicurezza dell’Ilva. E’ inutile star qui a sottolineare la mancanza, per l’ennesima volta, di qualsivoglia contradditorio o il tono amichevole dell’incontro: non è per noi una novità visti i soggetti in questione e la sede in cui essi si sono ritrovati. E’ palese che chi doveva schierarsi e scegliere da che parte stare, pur nascendo come soggetto eticamente e moralmente imparziale, ha preferito l’alleato più forte per un futuro “al sicuro” da eventuali brutte sorprese.
Ciò detto, vogliamo porre la nostra attenzione su quanto dichiarato dai nostri illustri ospiti (che riprendiamo dal sito www.inchiostroverde.it), in merito al campionamento in continuo delle emissioni di diossina e furani dal camino E-312. “Non esiste una tecnologia che dà la misura in continuo delle diossine ha dichiarato il direttore di Arpa Puglia esiste un dispositivo che consente di avere un campionamento su un periodo molto lungo, che rimane in permanenza al camino. Il vantaggio è la copertura di un periodo molto più lungo e soprattutto il campionamento si riferisce al tempo precedente all’arrivo dei tecnici dell’Arpa e non alla fase successiva come avviene ora”. Il dispositivo di cui parla Assennato esiste, ed altro non è che il modello che Stefano Raccanelli (responsabile del Consorzio I.N.C.A. di Venezia) spiegò in un incontro che si svolse nel febbraio dello scorso anno all’Istituto Righi, in termini diversi e più precisi di quanto non faccia il direttore di Arpa Puglia: “Nel camino viene inserito un tubo collegato ad una pompa capace di aspirare senza interruzione i fumi (24h/24h, 365 giorni all’anno). Fra il tubo e la pompa è messo un supporto (cartuccia) capace di trattenere le diossine spiegò Raccanelli . Una volta al mese (o ogni 15 giorni) si preleva la cartuccia e la si porta in laboratorio per le analisi, al suo posto se ne mette una nuova. Invece il “monitoraggio” in continuo, ovvero la lettura in tempo reale della concentrazione di diossina nei fumi senza passare per il laboratorio, non è possibile”. E’ altresì utile sottolineare come il dott. Assenato, con assoluta tranquillità, riveli ai tarantini come il campionamento che ha effettuato l’Arpa Puglia nelle quattro campagne di rilevazione presso il camino E-312 nell’anno appena conclusosi, sia posteriore all’arrivo dei tecnici dell’ente regionale presso il siderurgico tarantino. Ammettendo, di fatto, che nessuno è in grado di dire con certezza cosa avvenga (ovvero cosa venga emesso e in quale quantità dal camino E-312) prima del loro arrivo: cioè nei restanti 353 giorni all’anno in cui l’Arpa non monitora quel maledetto camino. Messo completamente a suo agio dal tono affabulatorio della discussione, l’ing. Buffo candidamente afferma: “Si tratta di scegliere una tecnologia tra quelle disponibili, verificare se è applicabile ed avere dei riferimenti in merito ai valori da garantire, perchè tra il campionamento di lungo termine e quello adottato oggi ci potrebbero essere delle differenze. Io ritengo che siano necessari tempi strettamente tecnici per partire perchè su questo l’azienda ha dato la sua disponibilità. Non saprei dire quanto tempo ci voglia in termini di mesi”. Ma come? Ma se a fine aprile 2011 (subito dopo la riunione del gruppo istruttore della commissione IPPC responsabile del “Parere istruttorio” nel procedimento relativo al rilascio o diniego dell’AIA per l’Ilva S.p.A. che si svolse nei giorni 27 e 28 aprile, n.d.r.) fu proprio il Ministero dell’Ambiente ad informare Arpa Puglia di come i tecnici del siderurgico avessero individuato in tre mesi lo spazio di tempo necessario per scegliere quale delle tre tecnologie esistenti al mondo avviare in fase di sperimentazione, come mai al 30 dicembre dello stesso anno l’ing. Buffo non è in grado di quantificare in quanti mesi possa avere termine tale sperimentazione? E come è possibile che l’ing. Buffo resti ancora oggi nel limbo dell’incertezza, quando fu la stessa Ilva, lo scorso 21 marzo, a rendere noto attraverso un comunicato stampa che Ministero dell’Ambiente, Regione Puglia, Arpa Puglia e l’azienda siderurgica, “hanno convenuto l’attuazione dello studio di fattibilità predisposto da Ilva e l’avvio della prima fase di sperimentazione per un sistema di campionamento in continuo del camino E312 dell’impianto di agglomerazione”? Ancora più strano é che il dott. Assennato non sobbalzi sulla sedia per smentire quanto dichiarato dall’ing. Buffo. Visto che dovrebbe ricordare più che bene quanto avvenne il 9 maggio del 2008 durante il convegno indetto da Arpa Puglia, in occasione del “Salone Mediterre” presso la “Fiera del Levante” a Bari, dal titolo “Taranto sotto la lente”. Per l’occasione venne infatti presentato uno studio dal titolo “Monitoraggio delle diossine nei fumi emessi dall’impianto di agglomerazione dello stabilimento siderurgico di Taranto”, al termine del quale come proposte tecniche e normative che la stessa Arpa Puglia riteneva di impellente attuazione, vennero indacate o un “Monitoraggio periodico delle diossine” nelle emissioni dell’impianto di agglomerazione di cadenza mensile, o “un sistema di campionamento continuo” dei micro inquinati, ovvero IPA, PCB, diossine e metalli pesanti. Un momento però. Non è stato lo stesso Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia, a dichiarare lo scorso 18 luglio in occasione della presentazione dei primi dati parziali del Registro Tumori di Taranto riferiti all’anno 2006, che il campionamento in continuo è impossibile da attuare e che tutti coloro i quali continuano a chiederlo “non capiscono una mazza”, smentendo non solo quanto dichiarato anni addietro da studi dell’ente da lui stesso presieduto, ma soprattutto quanto sta per annunciare lui stesso: “Io sono convinto che entro il 2012 l’Ilva lo possa fare”? In questa finta incertezza generale, resta scolpita nella nostra memoria la frase pronunciata dall’ass. regionale all’ambiente Lorenzo Nicastro lo scorso 5 luglio a Roma, in occasione del rilascio dell’AIA all’Ilva di Taranto: “La Regione ha ottenuto una data certa per l’avvio del monitoraggio in continuo delle diossine”. Frase che lo stesso Nicastro, a nostra precisa richiesta sulla data del fatidico giorno in questione, dichiarò di non aver mai pronunciato in occasione della presentazione del Registro Tumori dello scorso luglio, di fronte ad una folta platea di cittadini. Tutto ciò dimostra una sola cosa: che di continuo, almeno per adesso, ci sono solo una serie infinita di bugie ed omissioni, avallate da una complicità a tutti i livelli di scarso gusto e bassissimo profilo. E il 2012 è appena cominciato.
Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Il Nostro Futuro, Le Nostre Scelte

I NOSTRI AUGURI DI BUON ANNO
Il Nostro Futuro, Le Nostre Scelte
E’ una riflessione su cui Taranto Oggi fonda, ormai da anni, la sua linea perché convinti come siamo che il futuro di questa terra è legato indissolubilmente alla costruzione di uno sviluppo diverso, alternativo o aggiuntivo (fate voi), e che questa città, questa terra debbano finalmente assumere un ruolo di protagonista rispetto alle scelte sciagurate di monocultura industriale.
Ecco perché non abbiamo sopportato prima, né mai lo faremo in futuro, le bugie dei politici e di coloro i quali confondono la realtà. Diciamo a maggior ragione basta ai Pinocchi che dipingono la nostra terra ormai fuori dall’emergenza ambientale e sanitaria, così come accaduto in questi ultimi giorni. Hanno mai questi signori osservato il cielo nelle ore notturne quando la grande industria sputa una quantità enorme di veleni mentre la città dorme? Hanno mai questi signori ‘ammirato’ le nuvole rosse sprigionate dalle ciminiere (l’ultima ieri pomeriggio, alle 15)? Hanno mai pensato questi signori di sottoporre l’area industriale al monitoraggio costante e continuo per scoprire per davvero quanto veleno viene sparato nella nostra atmosfera? Hanno mai questi signori fatto un giro negli studi per sentire dalla voce dei medici di famiglia i drammi che quotidianamente affrontano per sostenere e confortare i troppi malati di tumore e di malattie respiratorie?
Il nostro non è terrorismo ma semplice resoconto della realtà. Quella che nessun Centro Studi e nessun Rapporto potrà svelarvi. Quella che nessun professore (barese, of course…) potrà smentire con le sue disquisizioni, perché quei professori vivono altrove e non possono spiegare come si vive quotidianamente nella nostra città.
Il nostro non è disfattismo verso i politici e gli imprenditori che continuano a non creare, come ormai da decenni, occasioni di sviluppo perché abituati a banchettare insieme ai ‘padroni delle ferriere’ affinchè nulla venga mutato nella caccia al profitto. Il nostro non è qualunquismo se vi evidenziamo quei politici che nelle sedi istituzionali restano in silenzio davanti agli scempi perpretati nei confronti nostri e poi diffondono comunicati stampa di dissenso. Non siamo ‘guerrafondai’ perché le nostre Istituzioni politiche ed economiche valgono come il due di picche nelle stanze che contano. Non ci sentiamo ‘snob’ perché non amiamo i ‘salotti buoni’, laddove ci si spartisce la torta e si chiudono gli occhi avallando le trame utili a mantenere lo status quo. E non facciamo parte, né ora né mai, di coloro i quali fintamente strillano contro qualcuno o qualcosa mascherando richieste per arricchire portafogli o tappare qualche falla.
No, perché in questi anni vi abbiamo dimostrato con i fatti che l’essere ‘fuori dal coro’ è semplicemente quel che il grande Gaber definiva ‘libertà è partecipazione’. A volte siamo apparsi esagerati, talvolta contrari a coloro i quali, con coraggio, hanno portato avanti battaglie di civiltà perché non ne abbiamo condiviso le scelte finali: in questa città, in questo territorio, le troppe divisioni pur tra quelli che lottano contro i soprusi non conducono da nessuna parte. Ed è perciò che bisogna riappropriarsi della nostra storia, della nostra città, della nostra terra: ‘libertà è partecipazione’. La nostra ‘campagna elettorale’, una sorta di ‘pubblicità progresso’ tutta nostra, comincia oggi, con messaggi che tenteranno, con la libertà di pensiero e di opinione, di sovvertire l’ordine costituito. Scriveva il Mahatma Gandhi: «Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere».
Qui non c’è più bisogno della gentaglia di cui sopra e si dovrà essere capaci di far pulizia completa di quanti infangano la nostra antica e nobile storia millenaria. E allora, che il 2012 diventi per davvero l’anno della svolta, specie per Taranto che sarà chiamata a eleggere i propri rappresentanti in quel Consiglio comunale che dovrà gestire un quinquennio importante più di quanto si possa immaginare. Taranto è il comune capoluogo e mai come in questo momento difficile deve seriamente tornare a essere punto di riferimento per tutta la provincia. Per questo i tarantini saranno impegnati a scegliere uomini seri e preparati, non certo i quaquaraquà di cui oggi è piena l’assise municipale e che imperano in ogni dove. Altrimenti, non potremo, un giorno, guardare negli occhi i nostri figli senza provare un minimo di vergogna.
Perciò, auguri Taranto, auguri a tutta la provincia tarantina. Senza nessuna retorica, senza alcuna frase ad effetto. Auguri da parte nostra, di tutta la nostra organizzazione: buon anno!
Taranto Oggi

Non giocate col fuoco

PERICOLOSO DESCRIVERE TARANTO PER CIO’ CHE NON E
Non giocate col fuoco
Nella mattinata di martedì, in cui il presidente della Regione Nichi Vendola ha annunciato al mondo intero di aver finalmente “risolto” il problema dell’inquinamento da diossina prodotto dal camino E-312 dell’Ilva di Taranto, tra le tante affermazioni pronunciate a causa del “delirium tremens” che ha recentemente colpito alcuni illustri esponenti politici ed intellettuali nostrani, ci ha lasciato interdetti una in particolare, riportata da diversi quotidiani e attribuita al direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato (sulla quale nessuno ha pensato bene di intervenire). “Anche dal punto di vista dei tumori, possiamo dire che dal 2007 il trend è migliorato per mortalità ed incidenza”. Una frase importante, specie se pronunciata in riferimento ad una città che ha visto e vede ogni giorno raffigurarsi in quella malattia, le immagini di migliaia di morti. Soprattutto, ci ha colpiti il non trovare alcun riscontro reale in quanto dichiarato dal direttore generale dell’ente regionale per la protezione ambientale. Per un semplicissimo motivo: perché le registrazioni dell’anno 2007 sono tutt’ora in corso e non sono state ancora completate. Dunque, come fa il dott. Assennato a dichiarare che i dati del 2007 siano migliori rispetto a quelli dell’anno 2006, illustrati nel luglio scorso dalla Asl di Taranto? Su quali altri dati basa un’affermazione del genere? E poi perché legare la presunta diminuzione delle emissioni di diossina all’ancor più presunta diminuzione di mortalità ed incidenza di tumori?
Siccome siamo da sempre convinti che per ottenere giustizia e verità è bene non perdere mai di vista la nostra memoria storica, ricordiamo che per quanto riguarda Taranto e Provincia, nel 2006 i casi riscontrati furono 2802: 1555 per la popolazione maschile e 1247 per quella femminile. A questi si aggiunsero altri 501 casi di tumori alla cute, per un totale di 3303 ammalati. Gli uomini, sempre secondo i dati del 2006 raccolti dall’Asl, vengono colpiti da tumori alla prostata, al polmone, alla vescica, al colon retto, al fegato, allo stomaco e al pancreas. Per le donne è predominante il tumore alla mammella, al colon retto, alla tiroide, all’encefalo, all’utero e al collo dell’utero. In termini statistici, il tasso standardizzato di malati accertati del 2006 risultò pari al 433,4 per gli uomini e 318,00 per le donne. Nel resto del Sud Italia, il tasso fu di 408,0 per gli uomini e 267,1 per le donne. Inoltre, sempre nel luglio scorso, risultò che nel totale dei dati (sempre e solo del 2006), Taranto superava sia la provincia di Lecce (che ha oltre 200.000 abitanti in più rispetto a quella ionica, n.d.r.) che quelli relativi all’intero Sud Italia (anche se solo per il 16,5% coperto dal Registro Tumori Nazionale). Per non parlare del fatto che i dati relativi alla città di Taranto, mostrano chiaramente come qui ci sia un’incidenza molto alta, vicina allo standard nazionale e quasi sempre superiore a tutti gli altri paesi della provincia ionica. Infine, non dobbiamo certo essere noi a ricordare dal prof. Assennato che il Registro Tumori, rilascia il proprio accreditamento solo in presenza di dati che riguardano un triennio (in questo caso per Taranto riguarderà gli anni 2006-20072008). Dunque, sarebbe il caso di attendere la conclusione della registrazione dei dati da parte dell’Asl di Taranto per emettere “sentenze” di un certo peso. Entro la fine del 2012 dovrebbero essere disponibili anche i dati relativi al biennio 2007-2008. Ma Assennato pare essere già in possesso di dati che ancora non sono stati raccolti. Sarà.
Tra l’altro, al di là dei giochi di prestigio messi in atto dall’Ilva con la complicità di Regione ed Arpa Puglia per far apparire Taranto diversa o migliore da quello che realmente è, la ricerca prosegue (per non parlare dei tanti studi svolti negli ultimi 30 anni che sarebbe il caso di tirare fuori dai cassetti di scrivanie impolverate). Lo dimostra, ad esempio, uno studio presentato nel novembre scorso a Lecce dalla dott.ssa Raffaella Depalo, fisiopatologa della riproduzione umana al Policlinico di Bari, intervenuta al XVII Weekend clinico della Società Italiana della Riproduzione. L’obiettivo dello studio è capire gli effetti della diossina sull’ovaio. Da una prima analisi, è stato evidenziato come molte donne provenienti dall’area geografica di Taranto, vadano in menopausa precocemente rispetto alla media nazionale. Le ricerche biomolecolari vengono effettuate sia sul siero che sul fluido follicolare: nello studio, i ricercatori vanno ad individuare un recettore che è importantissimo nell’indurre la maturazione dell’ovulo e quindi la sua capacità di essere fecondato. Si dia il caso che tale recettore abbia un’affinità elettiva per sostanze esogene come la diossina: “Questo legame può comportare un malfunzionamento della regolazione degli estrogeni. Oggi sappiamo che la diossina si accumula nel tessuto adiposo. Maggiore è la massa grassa, si presuppone che maggiore sia la concentrazione di diossina che inoltre tende ad accumularsi sempre più nel tempo”, dichiarò quel giorno la ricercatrice. Come a dire che, anche se l’Ilva un domani dovesse riuscire ad emettere diossina al di sotto del famoso 0,4 (dato che sarà possibile certificato solo quando sarà effettuato un campionamento in continuo h24 e per 365 giorni all’anno), la stessa ha gravissime responsabilità per tutta quella che ha emesso sino ad oggi, violando le direttive europee ed il Protocollo di Aarhus.
Bisogna stare dunque molto attenti alle parole e agli argomenti che si toccano. Perché un conto è fantasticare sulle emissioni di diossina del camino E-312, tutt’altro conto è lasciarsi andare ad annunci avveniristici su un tema delicato come quello dei tumori. Per questo ci aspettiamo che adesso, dopo tanto parlare, visti i problemi risolti, Regione ed Arpa accelerino anche nell’iter per dare il via a quell’indagine epidemiologica che questa città attende da decenni. “Capisco che i cittadini di questa città, dopo aver sopportato per oltre 40 anni l’insopportabile, ora non siano più disposti a sopportare nemmeno il sopportabile”. Questa frase la pronunciò proprio il prof. Assennato lo scorso luglio. E’ bene che nessuno la dimentichi: perché Taranto non permetterà mai a nessuno che si giochi con il suo dolore e i suoi morti.
Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Un Natale senza diossina

REGIONE, ARPA ED ILVA: ECCO LA TRIADE DEL FUTURO
Un Natale senza diossina
E così, senza che ce ne accorgessimo, dall’oggi al domani “ci hanno” risolto il problema ambientale dovuto alle emissioni della “principale sorgente di diossine a Taranto”. Lo hanno dichiarato senza tanti giri di parole il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola ed il direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, in una conferenza stampa svoltasi martedì mattina a Bari (con la “silenziosa” partecipazione dell’assessore all’ambiente Lorenzo Nicastro). I “tre nuovi moschettieri” infatti, non si sono di certo scomodati nello scendere nella vicina ma inospitale Taranto: eppure, l’annuncio di una raggiunta svolta di “natura mondiale” (?, “ignorando” volutamente come già prima del 2008, nazioni come Belgio, Germania, Olanda ed Austria, presentavano limiti di emissioni di diossina tra gli 0,1 e gli 0,5 ng ITE/Nmc, mentre l’Ilva in quegli anni liberava indisturbata nell’aria dagli 1,9 agli 8,4 ng ITE/Nmc) dato martedì, come ha sostenuto lo stesso Vendola, avrebbe dovuto avere come minimo come palcoscenico la città dei Due Mari e non certamente la sede della Regione Puglia a Bari. Ma in questi casi, avranno pensato i tre, è meglio evitare ogni tipo di problema o di incidente di percorso: senza contraddittorio alcuno e senza possibilità di essere smentiti, l’obiettivo è stato portato agevolmente a termine.
Indubbiamente, bisogna dare atto a Regione, Arpa ed Ilva, di aver inscenato un teatrino natalizio davvero niente male: quando tutti si aspettavano la Relazione di fine anno da parte dell’ente regionale per la protezione dell’ambiente, che avrebbe dovuto certificare il superamento del limite di 0,4 ng ITE/Nmc (stabilito dalla direttiva europea UNI EN 1948:2006 sulle rilevazioni delle emissioni tossiche e che riprende quanto sottoscritto dalle nazioni europee nel protocollo di Aarhus del 2004) di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino E312 dell’Ilva di Taranto, previsto dalla legge regionale n. 44 in vigore dal 1 gennaio 2011, ecco spuntare fuori una quarta campagna di rilevazione effettuata nei giorni 12-13-14 dicembre, che hanno portato all’“incredibile” responso di 0,055 ng ITE/Nmc, il risultato più basso di sempre dal 2007 ad oggi. Dato che sommato a quelli delle precedenti tre campagne (0,685 a febbraio, 0,704 a maggio e 0,112 a novembre), certifica un 0,389 ng ITE/Nmc di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino E312 (previa sottrazione dell’incertezza pari al 35%”, come prevede anche la norma UNI EN 1948:2006 dell’Unione Europea), che consentono all’Ilva di rientrare entro il limite dello 0,4 imposto dalla legge regionale.
Dunque, grazie a questi “splendidi” risultati, per Regione ed Arpa Puglia (così come anche per i solerti sindacati confederali subito pronti a battere le mani come delfini ammaestrati), il problema della diossina a Taranto è qualcosa che oramai riguarda il passato. Il presente infatti, ci parla di un inquinamento entro i limiti di legge e di un’industria modello per quanto riguarda una ecocompatibilità oramai prossima. Peccato, però, che questa “bellissima” teoria abbia almeno due grosse falle, che le fanno perdere qualsiasi credibilità. La prima, è di natura puramente matematica: spacciare per superato un problema come quello delle emissioni di diossina e furani dal camino E-312, quando il monitoraggio delle stesse riguarda appena 12 giorni all’anno, è un’operazione che appartiene alla fantascienza e non alla scienza. Nel 2011 Arpa Puglia ha effettuato quattro campagne di rilevamento (che per legge devono essere minimo tre e che avvengono “senza preavviso”, ma con i tecnici che impiegano ben 90’ per arrivare dai cancelli d’ingresso al camino E-312 e montare la relativa attrezzatura). Queste campagne si articolano su tre misure effettuate in tre giorni consecutivi di 6-8 ore ciascuna. Parliamo dunque di 24 ore a campagna, per un totale di 96 ore di rilevamento dati. L’Ilva però, è un impianto sempre in ciclo, che opera 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Un anno è composto da ben 8.760 ore, quindi siamo in presenza di una percentuale di poco superiore allo 0,80 di ore coperte nell’arco di un intero anno. Cosa accade in tutti gli altri giorni dell’anno non è dato sapere, né pare interessi minimamente Regione ed Arpa Puglia.
La seconda gigantesca falla, è più di natura materiale. Se davvero il problema diossina è stato definitivamente risolto, perché la Regione Puglia non ha immediatamente sospeso il decreto del febbraio 2010 con il quale vietava il pascolo nel raggio di 20 km dalla zona industriale di Taranto (divieto dovuto all’abbattimento di centinaia di capi di bestiame contaminati appunto da diossina)? E perché, se le cose stanno così come dicono, non ci illuminano sul perché a tutt’oggi l’Ilva non si è ancora dotata del famoso campionamento in continuo, del quale è ancora in corso d’opera dalla primavera scorsa un non meglio precisato studio di fattibilità? Perché l’assessore regionale Nicastro non ha ancora reso nota la data dell’inizio del campionamento in continuo (peraltro previsto ancora dall’art. 3 della legge regionale n. 44 del 2008, che non venne prescritto quando la stesse venne “aggiustata” nel marzo 2009), che lo scorso 5 luglio a Roma vantò come uno dei risultati raggiunti dalla Regione in sede di rilascio AIA all’Ilva? Così come sarebbe interessante sapere perché a fine novembre, il direttore generale di Arpa Puglia ci rassicurò sul fatto che non si sarebbero svolte altre campagne di rilevazione: voleva forse mantenere il più assoluto riserbo sulle strategie future? Ma soprattutto: alla luce del fatto che Arpa Puglia ha sostenuto ben due campagne di rilevazione in appena 20 giorni (scremando le precedenti due in ben 11 mesi), c’è da credere che l’ente regionale non abbia più alcun tipo di problema di natura economica. Dunque, ci aspettiamo che dal gennaio 2012, ogni 20 giorni Arpa sostenga una campagna di rilevazione presso l’Ilva, in modo tale da tenere sempre tutto “sotto controllo”. O dobbiamo forse pensare che la Regione abbia stanziato degli appositi fondi affinché l’ente regionale potesse svolgere una nuova campagna di rilevazione, in un momento in cui l’Ilva di Taranto non lavora certamente a pieno regime, per consentire al siderurgico di centrare l’obiettivo dello 0,4 in extremis e quindi non avere più alcun tipo di problema (leggi multe varie)? Domande a cui probabilmente non avremo mai risposta.
Per Regione ed Arpa Puglia infatti, l’unico problema adesso resta quello delle bonifiche. Che potranno partire solo con notevoli incentivi economici da parte dello Stato (ma ricordiamo a lor signori che la famiglia Riva deve ancora a questa città un risarcimento danni). Come si farà a bonificare un’area come quella di Taranto nei prossimi anni, con ancora l’Ilva in attività non è però assolutamente chiaro. E così, “eliminata” la diossina, per Regione ed Arpa Puglia problemi come l’avvelenamento della falda acquifera, l’inquinamento da benzo(a)pirene delle cokerie e la mancata copertura dei parchi minerali, solo per citarne alcuni, semplicemente non esistono. Così come non è chiaro perché mai l’Ilva non debba rendere conto di tutta la diossina emessa dal 1995 ad oggi, quando appena un anno fa un dirigente Ilva dichiarò in un incontro pubblico che, pur sapendo di emettere diossina, non lo resero noto finché non venne loro imposto dalle direttive europee che sono in voga da un decennio: per cui, accusare l’ex Italsider di aver violato leggi consapevolmente è un clamoroso falso storico, semmai è appunto vero il contrario. Tutto questo però, è al momento solo contorno: i nostri tre moschettieri sono tutt’intenti a festeggiare la prestigiosa vittoria al grido di “uno per tutti, tutti per l’Ilva”.
Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Referendum, appello a Napolitano

INIZIATIVA DI TARANTO FUTURA
Referendum, appello a Napolitano
Russo: Il Comune è inadempiente
Il sindaco temporeggia per l’indizione del referendum consultivo sulla chiusura dell’Ilva e il comitato promotore si rivolge al Presidente della Repubblica. L’appello al Capo dello Stato è firmato dal coordinatore di Taranto Futura, Nicola Russo.
L’ambientalista e referendario chiede a Napolitano di intervenire con urgenza nei confronti del sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, al fine di «tutelare i principi democratici che governano la nostra nazione e il territorio comunale, così come garantiti dalla nostra Costituzione, invitando il sindaco stesso ad ottemperare a quanto statuito dal Consiglio di Stato, dalla Costituzione italiana, dalle leggi e dai regolamenti e, quindi, al fine di procedere all’indizione del referendum consultivo comunale in materia ambientale, così come previsto dal regolamento del Comune di Taranto ed approvato dal comitato dei garanti, nel rispetto della democrazia e della libertà di pensiero».
Nell’istanza l’avvocato Russo ricostruisce il lungo iter del referendum con il quale chiede alla cittadinanza di esprimere un parere in ordine all’attività del centro siderurgico.
Già il 13 dicembre del 2007, il Comitato cittadino referendario Taranto Futura aveva notificato al Comune di Taranto una diffida volta all’attivazione e conclusione di un procedimento referendario su temi di carattere ambientale. «Procedimento rispetto al quale scrive Russo il Comitato in questione aveva in precedenza formulato apposita istanza nel luglio 2007».
Dopo varie peripezie, il sindaco di Taranto, con decreto n. 53 del 1 settembre 2010, procedeva all’indizione del referendum consultivo comunale in materia ambientale.
«Come se non bastasse, però ricorda Russo il decreto veniva impugnato dinanzi al Tar di Lecce con motivi aggiunti, ad opera di Ilva, Confindustria Taranto e dai sindacati Cgil e Cisl. Il Tar, dichiarandosi competente a decidere la materia referendaria ovvero a decidere su un atto politico elettorale, annullava con sentenza il decreto sindacale di indizione del refernedum consultivo comunale impendendo ai cittadini di esprimere il proprio pensiero in materia ambientale».
Per il Comitato Taranto Futura si trattò di una grave battuta d’arresto. Il percorso verso il referendum sembrava irrimediabilmente compromesso. Contro la decisione del Tar, il Comitato ha promosso ricorso al Consiglio di Stato, che «dichiarava il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, dichiarando inammissibili i motivi aggiunti proposti in primo grado dai citati ricorrenti , in ordine alla richiesta di annullamento del decreto di indizione del referendum consultivo comunale da parte del sindaco di Taranto, ripristinando, quindi, lo status quo ante».
Lo scorso 18 ottobre, il Consiglio di Stato ha inviato al comune di Taranto l’avviso delle sentenze, «con ordine alla pubblica amministrazione interessata spiega il coordinatore di Taranto Futura di provvedere all’esecuzione dei provvedimenti. Con atto del 31 ottobre 2011, indirizzato al sindaco di Taranto, il comitato promotore referendario “Taranto Futura”, sulla base delle sentenze del Consiglio di Stato diffidava lo stesso sindaco di Taranto ad indire il referendum consultivo, così come approvato dal comitato dei garanti con verbale del 31 marzo e 23-30 luglio 2010».
Una nuova diffida allo svolgimento del referendum è stata inoltrata sempre al primo cittadino lo scorso 17 novembre. «Ogni richiesta in merito aggiunge Russo diretta ad impedire il referendum consultivo comunale in questione, non può essere formulata dinanzi al giudice ordinario, essendo decorsi i rituali termini di impugnazione, atteso il rispetto di quanto statuito dal regolamento comunale in tema di referendum consultivo, in cui all’art. 18 si afferma che “per quanto non previsto nel presente regolamento si fa rinvio alla normativa in materia di consultazioni elettorali e referendarie vigenti. A tutt’oggi, il sindaco di Taranto, Stefano, nonostante le diffide, non ha ancora provveduto ad indire il referendum, in violazione dei principi dell’ordinamento giuridico italiano».

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