Dobbiamo cambiare epoca

Segnalati

L’ilva ha fatto svalutare tutti i tesori di Taranto

PORTO – TURISMO – CULTURA – PESCA
MARICOLTURA – AGRICOLTURA

A TARANTO ABBIAMO:

  • Il maggiore inquinamento registrabile a livello europeo che produce il maggior numero di malattie mortali, tumori dei polmoni e del sangue, lesioni respiratorie, ecc.; dalle misurazioni ufficiali il 92% della diossina emessa dalle industrie italiane proviene dall’Ilva di Taranto; dal Registro dei Tumori salentino emerge un aumento del 30% dei tumori a Taranto rispetto alla media regionale.
  • Un altissimo livello di sottosviluppo economico e disoccupazione, dato dalla crisi dell’acciaio, dell’indotto e dalla mancanza di alternative sviluppate, ingiustificato rispetto alle dimensioni e ai profitti di un’azienda così grande.
  • Un elevato impoverimento culturale, conseguenza dell’annullamento di iniziative rivolte alla storia, all’arte, alla letteratura, alle tradizioni, ecc.
  • Un enorme spreco delle risorse del territorio, un ambiente ai minimi termini, acqua ad aria inquinati, agricoltura e pesca di bassa qualità, porto e turismo svalutati e impraticabili, penalizzati da un paesaggio fatiscente a causa di un’enorme struttura industriale visivamente opprimente e oggettivamente ingombrante.

A TARANTO VOGLIAMO:

  • La salute: non possiamo pensare che le malattie sono il costo del lavoro e della sopravvivenza.
  • Lavoro per vivere e non per morire.
  • Avviare attività che portano profitti, lavoro, valore aggiunto e qualità della vita, adatte al nostro patrimonio, alla nostra storia e alle nostre risorse (porto turismo cultura pesca maricoltura agricoltura artigianato archeologia).
  • Una città bella da vedere e da visitare, che sia considerata e trattata come merita.
  • La vivibilità, ovvero camminare per le strade senza vedere gli edifici sporchi di minerale, e incontrare le persone senza parlare di morti ammalati o infortunati sul lavoro.
  • Costruire un futuro migliore e alternativo, per evitare la condanna che è stata scelta per questa città 40 anni fa, che ora non ci sta più bene.
  • Dare una possibilità alle nuove generazioni, che possano scegliere di costruirsi un futuro a Taranto e che non siano costretti a cercare una vita migliore altrove.

A Taranto manca l’aria

A Taranto manca l’aria

Claudio Monteduro, presidente dell’“Associazione malati d’Epatite e di danni d’organo EPAURION”, inter viene in merito alla questione ambientale della città di Taranto, attraverso una lunga riflessione.

“Ho cominciato a capire, quando avverto che il respiro si fa difficile, che non è per un deficit del mio organo polmonare, ma qualcosa che occupa la mia mente con troppa intensità, e percepisco con grande sofferenza essere un pensiero dal quale scaturisce una rabbia incontenibile. Il tutto m’accade quando mi raggiungono le molte notizie di un telegiornale o quelle che riesco a leggere fino in fondo ad un articolo di un quotidiano che m’informano di quanto e come avviene in modo riprovevole ogni giorno su questo pianeta, difficile da com prendere e poterlo accettare senza essere colti da una sorta di sdegno.

“Sul nostro pianeta, nel nostro stato, nella nostra città, nella quale vivo: ed è proprio quella della quale voglio parlare e di quelli che come me sono costretti a viverci e come viverci. Voglio parlare di quello che non si riesce a far recepire ai miei concittadini, a tutti i tarantini con i quali condivido quel respiro che credo mi manchi come l’ho prima descritto. Vorrei chiedere a chi legge se non prova la medesima sensazione, forse non proprio perfettamente da me descritta, e se continuando a leggere non troverà motivo di riflessione su quanto dirò a proposito del mio fastidio, per ché di disturbo fastidioso trattasi quando da più parti viene lanciato un allarme che interessa tutti e per la salute di tutti, quando una condizione economica affoga nella catastrofe che politici imbelli e disonesti hanno contribuito a creare, non si colga un cenno di disapprovazione, un segno di disagio su quanto incombe sul nostro futuro e su quello più importante delle generazioni a venire che possa essere avvertito e condannato.

“Le generazioni che vivranno la realtà che con la nostra ignavia gli avremo lasciato in eredità. Ricordiamo che saremo responsabilmente chiamati a darne conto. Come potremo farci per donare se avremo lasciato loro una ampia area del nostro territorio eccessivamente inquinata e difficilmente e faticosamente bonificabile, come avremo la forza di scusarci se non avremo avuto l’avvedutezza di scegliere una classe politica coraggio sa che facesse rispettare i diritti di una comunità che aspira legittimamente ad una vita dignitosa sotto ogni aspetto, etico morale e socia le. Allora quando mi assale la sensazione di soffocamento è per tutto quello che non riesco a sopportare, per esempio il disimpegno che l’opinione pubblica esprime per un problema ch’è sotto gli occhi anche di chi non vuol vederlo. In questa nostra città non c’è più vita che possa definirsi tale e la maggior parte di noi non avverte il pericolo d’estinzione della dignità ch’è un bene inestimabile. Chiedere che vengano rispettati i diritti a volere essere risarciti per i danni alle cose e alle persone che tutte, nessuna esclusa, le industrie ospitate sul nostro territorio, hanno provocato a tutta la comunità, in particolare gli abitanti del quartiere Tamburi, è solo un parziale riconoscimento da parte di questi signori che le gestiscono e dalle quali ne traggono irripartibili ingenti profitti.

“L’associazione che rappresento m’impone di grida re forte a nome degli ammalati da danni d’organo a tutte le istituzioni sia amministrativa comunale e particolarmente regionale che sia dato un termine allo scempio dell’ambiente che da anni è vulnerato dai veleni emessi dalle mefitiche produzioni industriali che in condominio siamo costretti a subire. Altre situazioni analoghe in altre regioni (vedi Genova) sono state risolte per le reazioni di un’opinione pubblica determinata a farsi rispettare.

“Esempi quindi ce ne sono e a questi i tarantini dovrebbero raffrontarsi con un impeto di ravveduto decoro, per scrollarsi di dosso quella reputazione negativa di “mollezza” tanto riportata dalle cronache antiche. Potrà mai accadere ? È la domanda di chi come il sottoscritto si rivolge credendo possa esserci una risposta che darebbe un senso alle lotte che solo pochi hanno ingaggiato contro il mostro dell’indifferenza.

“Chissà se una nuova gestione amministrativa, espressione del voto di una volontà popolare, consapevole del ruolo che le viene affidata, sia capace di con seguire il cambiamento del l’attuale realtà alla quale i più avveduti, tra cui noi, aspiriamo”.

Smemorati in continuo


L’ULTIMA FARSA DI ILVA E ARPA PUGLIA
Smemorati in continuo
Per chiudere in bellezza un 2011 “storico”, l’Ilva S.p.A. e Arpa Puglia hanno deciso di ritrovarsi nel salotto degli studi di una nota tv locale nella serata del 30 dicembre, per augurarsi buon anno e per continuare ad incensarsi sui nuovi traguardi raggiunti. A rappresentare l’ente regionale per la protezione ambientale c’era il direttore generale Giorgio Assennato, mentre il siderurgico ha inviato come rappresentante Adolfo Buffo, responsabile Ambiente e Sicurezza dell’Ilva. E’ inutile star qui a sottolineare la mancanza, per l’ennesima volta, di qualsivoglia contradditorio o il tono amichevole dell’incontro: non è per noi una novità visti i soggetti in questione e la sede in cui essi si sono ritrovati. E’ palese che chi doveva schierarsi e scegliere da che parte stare, pur nascendo come soggetto eticamente e moralmente imparziale, ha preferito l’alleato più forte per un futuro “al sicuro” da eventuali brutte sorprese.
Ciò detto, vogliamo porre la nostra attenzione su quanto dichiarato dai nostri illustri ospiti (che riprendiamo dal sito www.inchiostroverde.it), in merito al campionamento in continuo delle emissioni di diossina e furani dal camino E-312. “Non esiste una tecnologia che dà la misura in continuo delle diossine ha dichiarato il direttore di Arpa Puglia esiste un dispositivo che consente di avere un campionamento su un periodo molto lungo, che rimane in permanenza al camino. Il vantaggio è la copertura di un periodo molto più lungo e soprattutto il campionamento si riferisce al tempo precedente all’arrivo dei tecnici dell’Arpa e non alla fase successiva come avviene ora”. Il dispositivo di cui parla Assennato esiste, ed altro non è che il modello che Stefano Raccanelli (responsabile del Consorzio I.N.C.A. di Venezia) spiegò in un incontro che si svolse nel febbraio dello scorso anno all’Istituto Righi, in termini diversi e più precisi di quanto non faccia il direttore di Arpa Puglia: “Nel camino viene inserito un tubo collegato ad una pompa capace di aspirare senza interruzione i fumi (24h/24h, 365 giorni all’anno). Fra il tubo e la pompa è messo un supporto (cartuccia) capace di trattenere le diossine spiegò Raccanelli . Una volta al mese (o ogni 15 giorni) si preleva la cartuccia e la si porta in laboratorio per le analisi, al suo posto se ne mette una nuova. Invece il “monitoraggio” in continuo, ovvero la lettura in tempo reale della concentrazione di diossina nei fumi senza passare per il laboratorio, non è possibile”. E’ altresì utile sottolineare come il dott. Assenato, con assoluta tranquillità, riveli ai tarantini come il campionamento che ha effettuato l’Arpa Puglia nelle quattro campagne di rilevazione presso il camino E-312 nell’anno appena conclusosi, sia posteriore all’arrivo dei tecnici dell’ente regionale presso il siderurgico tarantino. Ammettendo, di fatto, che nessuno è in grado di dire con certezza cosa avvenga (ovvero cosa venga emesso e in quale quantità dal camino E-312) prima del loro arrivo: cioè nei restanti 353 giorni all’anno in cui l’Arpa non monitora quel maledetto camino. Messo completamente a suo agio dal tono affabulatorio della discussione, l’ing. Buffo candidamente afferma: “Si tratta di scegliere una tecnologia tra quelle disponibili, verificare se è applicabile ed avere dei riferimenti in merito ai valori da garantire, perchè tra il campionamento di lungo termine e quello adottato oggi ci potrebbero essere delle differenze. Io ritengo che siano necessari tempi strettamente tecnici per partire perchè su questo l’azienda ha dato la sua disponibilità. Non saprei dire quanto tempo ci voglia in termini di mesi”. Ma come? Ma se a fine aprile 2011 (subito dopo la riunione del gruppo istruttore della commissione IPPC responsabile del “Parere istruttorio” nel procedimento relativo al rilascio o diniego dell’AIA per l’Ilva S.p.A. che si svolse nei giorni 27 e 28 aprile, n.d.r.) fu proprio il Ministero dell’Ambiente ad informare Arpa Puglia di come i tecnici del siderurgico avessero individuato in tre mesi lo spazio di tempo necessario per scegliere quale delle tre tecnologie esistenti al mondo avviare in fase di sperimentazione, come mai al 30 dicembre dello stesso anno l’ing. Buffo non è in grado di quantificare in quanti mesi possa avere termine tale sperimentazione? E come è possibile che l’ing. Buffo resti ancora oggi nel limbo dell’incertezza, quando fu la stessa Ilva, lo scorso 21 marzo, a rendere noto attraverso un comunicato stampa che Ministero dell’Ambiente, Regione Puglia, Arpa Puglia e l’azienda siderurgica, “hanno convenuto l’attuazione dello studio di fattibilità predisposto da Ilva e l’avvio della prima fase di sperimentazione per un sistema di campionamento in continuo del camino E312 dell’impianto di agglomerazione”? Ancora più strano é che il dott. Assennato non sobbalzi sulla sedia per smentire quanto dichiarato dall’ing. Buffo. Visto che dovrebbe ricordare più che bene quanto avvenne il 9 maggio del 2008 durante il convegno indetto da Arpa Puglia, in occasione del “Salone Mediterre” presso la “Fiera del Levante” a Bari, dal titolo “Taranto sotto la lente”. Per l’occasione venne infatti presentato uno studio dal titolo “Monitoraggio delle diossine nei fumi emessi dall’impianto di agglomerazione dello stabilimento siderurgico di Taranto”, al termine del quale come proposte tecniche e normative che la stessa Arpa Puglia riteneva di impellente attuazione, vennero indacate o un “Monitoraggio periodico delle diossine” nelle emissioni dell’impianto di agglomerazione di cadenza mensile, o “un sistema di campionamento continuo” dei micro inquinati, ovvero IPA, PCB, diossine e metalli pesanti. Un momento però. Non è stato lo stesso Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia, a dichiarare lo scorso 18 luglio in occasione della presentazione dei primi dati parziali del Registro Tumori di Taranto riferiti all’anno 2006, che il campionamento in continuo è impossibile da attuare e che tutti coloro i quali continuano a chiederlo “non capiscono una mazza”, smentendo non solo quanto dichiarato anni addietro da studi dell’ente da lui stesso presieduto, ma soprattutto quanto sta per annunciare lui stesso: “Io sono convinto che entro il 2012 l’Ilva lo possa fare”? In questa finta incertezza generale, resta scolpita nella nostra memoria la frase pronunciata dall’ass. regionale all’ambiente Lorenzo Nicastro lo scorso 5 luglio a Roma, in occasione del rilascio dell’AIA all’Ilva di Taranto: “La Regione ha ottenuto una data certa per l’avvio del monitoraggio in continuo delle diossine”. Frase che lo stesso Nicastro, a nostra precisa richiesta sulla data del fatidico giorno in questione, dichiarò di non aver mai pronunciato in occasione della presentazione del Registro Tumori dello scorso luglio, di fronte ad una folta platea di cittadini. Tutto ciò dimostra una sola cosa: che di continuo, almeno per adesso, ci sono solo una serie infinita di bugie ed omissioni, avallate da una complicità a tutti i livelli di scarso gusto e bassissimo profilo. E il 2012 è appena cominciato.
Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Il Nostro Futuro, Le Nostre Scelte

I NOSTRI AUGURI DI BUON ANNO
Il Nostro Futuro, Le Nostre Scelte
E’ una riflessione su cui Taranto Oggi fonda, ormai da anni, la sua linea perché convinti come siamo che il futuro di questa terra è legato indissolubilmente alla costruzione di uno sviluppo diverso, alternativo o aggiuntivo (fate voi), e che questa città, questa terra debbano finalmente assumere un ruolo di protagonista rispetto alle scelte sciagurate di monocultura industriale.
Ecco perché non abbiamo sopportato prima, né mai lo faremo in futuro, le bugie dei politici e di coloro i quali confondono la realtà. Diciamo a maggior ragione basta ai Pinocchi che dipingono la nostra terra ormai fuori dall’emergenza ambientale e sanitaria, così come accaduto in questi ultimi giorni. Hanno mai questi signori osservato il cielo nelle ore notturne quando la grande industria sputa una quantità enorme di veleni mentre la città dorme? Hanno mai questi signori ‘ammirato’ le nuvole rosse sprigionate dalle ciminiere (l’ultima ieri pomeriggio, alle 15)? Hanno mai pensato questi signori di sottoporre l’area industriale al monitoraggio costante e continuo per scoprire per davvero quanto veleno viene sparato nella nostra atmosfera? Hanno mai questi signori fatto un giro negli studi per sentire dalla voce dei medici di famiglia i drammi che quotidianamente affrontano per sostenere e confortare i troppi malati di tumore e di malattie respiratorie?
Il nostro non è terrorismo ma semplice resoconto della realtà. Quella che nessun Centro Studi e nessun Rapporto potrà svelarvi. Quella che nessun professore (barese, of course…) potrà smentire con le sue disquisizioni, perché quei professori vivono altrove e non possono spiegare come si vive quotidianamente nella nostra città.
Il nostro non è disfattismo verso i politici e gli imprenditori che continuano a non creare, come ormai da decenni, occasioni di sviluppo perché abituati a banchettare insieme ai ‘padroni delle ferriere’ affinchè nulla venga mutato nella caccia al profitto. Il nostro non è qualunquismo se vi evidenziamo quei politici che nelle sedi istituzionali restano in silenzio davanti agli scempi perpretati nei confronti nostri e poi diffondono comunicati stampa di dissenso. Non siamo ‘guerrafondai’ perché le nostre Istituzioni politiche ed economiche valgono come il due di picche nelle stanze che contano. Non ci sentiamo ‘snob’ perché non amiamo i ‘salotti buoni’, laddove ci si spartisce la torta e si chiudono gli occhi avallando le trame utili a mantenere lo status quo. E non facciamo parte, né ora né mai, di coloro i quali fintamente strillano contro qualcuno o qualcosa mascherando richieste per arricchire portafogli o tappare qualche falla.
No, perché in questi anni vi abbiamo dimostrato con i fatti che l’essere ‘fuori dal coro’ è semplicemente quel che il grande Gaber definiva ‘libertà è partecipazione’. A volte siamo apparsi esagerati, talvolta contrari a coloro i quali, con coraggio, hanno portato avanti battaglie di civiltà perché non ne abbiamo condiviso le scelte finali: in questa città, in questo territorio, le troppe divisioni pur tra quelli che lottano contro i soprusi non conducono da nessuna parte. Ed è perciò che bisogna riappropriarsi della nostra storia, della nostra città, della nostra terra: ‘libertà è partecipazione’. La nostra ‘campagna elettorale’, una sorta di ‘pubblicità progresso’ tutta nostra, comincia oggi, con messaggi che tenteranno, con la libertà di pensiero e di opinione, di sovvertire l’ordine costituito. Scriveva il Mahatma Gandhi: «Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere».
Qui non c’è più bisogno della gentaglia di cui sopra e si dovrà essere capaci di far pulizia completa di quanti infangano la nostra antica e nobile storia millenaria. E allora, che il 2012 diventi per davvero l’anno della svolta, specie per Taranto che sarà chiamata a eleggere i propri rappresentanti in quel Consiglio comunale che dovrà gestire un quinquennio importante più di quanto si possa immaginare. Taranto è il comune capoluogo e mai come in questo momento difficile deve seriamente tornare a essere punto di riferimento per tutta la provincia. Per questo i tarantini saranno impegnati a scegliere uomini seri e preparati, non certo i quaquaraquà di cui oggi è piena l’assise municipale e che imperano in ogni dove. Altrimenti, non potremo, un giorno, guardare negli occhi i nostri figli senza provare un minimo di vergogna.
Perciò, auguri Taranto, auguri a tutta la provincia tarantina. Senza nessuna retorica, senza alcuna frase ad effetto. Auguri da parte nostra, di tutta la nostra organizzazione: buon anno!
Taranto Oggi

Non giocate col fuoco

PERICOLOSO DESCRIVERE TARANTO PER CIO’ CHE NON E
Non giocate col fuoco
Nella mattinata di martedì, in cui il presidente della Regione Nichi Vendola ha annunciato al mondo intero di aver finalmente “risolto” il problema dell’inquinamento da diossina prodotto dal camino E-312 dell’Ilva di Taranto, tra le tante affermazioni pronunciate a causa del “delirium tremens” che ha recentemente colpito alcuni illustri esponenti politici ed intellettuali nostrani, ci ha lasciato interdetti una in particolare, riportata da diversi quotidiani e attribuita al direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato (sulla quale nessuno ha pensato bene di intervenire). “Anche dal punto di vista dei tumori, possiamo dire che dal 2007 il trend è migliorato per mortalità ed incidenza”. Una frase importante, specie se pronunciata in riferimento ad una città che ha visto e vede ogni giorno raffigurarsi in quella malattia, le immagini di migliaia di morti. Soprattutto, ci ha colpiti il non trovare alcun riscontro reale in quanto dichiarato dal direttore generale dell’ente regionale per la protezione ambientale. Per un semplicissimo motivo: perché le registrazioni dell’anno 2007 sono tutt’ora in corso e non sono state ancora completate. Dunque, come fa il dott. Assennato a dichiarare che i dati del 2007 siano migliori rispetto a quelli dell’anno 2006, illustrati nel luglio scorso dalla Asl di Taranto? Su quali altri dati basa un’affermazione del genere? E poi perché legare la presunta diminuzione delle emissioni di diossina all’ancor più presunta diminuzione di mortalità ed incidenza di tumori?
Siccome siamo da sempre convinti che per ottenere giustizia e verità è bene non perdere mai di vista la nostra memoria storica, ricordiamo che per quanto riguarda Taranto e Provincia, nel 2006 i casi riscontrati furono 2802: 1555 per la popolazione maschile e 1247 per quella femminile. A questi si aggiunsero altri 501 casi di tumori alla cute, per un totale di 3303 ammalati. Gli uomini, sempre secondo i dati del 2006 raccolti dall’Asl, vengono colpiti da tumori alla prostata, al polmone, alla vescica, al colon retto, al fegato, allo stomaco e al pancreas. Per le donne è predominante il tumore alla mammella, al colon retto, alla tiroide, all’encefalo, all’utero e al collo dell’utero. In termini statistici, il tasso standardizzato di malati accertati del 2006 risultò pari al 433,4 per gli uomini e 318,00 per le donne. Nel resto del Sud Italia, il tasso fu di 408,0 per gli uomini e 267,1 per le donne. Inoltre, sempre nel luglio scorso, risultò che nel totale dei dati (sempre e solo del 2006), Taranto superava sia la provincia di Lecce (che ha oltre 200.000 abitanti in più rispetto a quella ionica, n.d.r.) che quelli relativi all’intero Sud Italia (anche se solo per il 16,5% coperto dal Registro Tumori Nazionale). Per non parlare del fatto che i dati relativi alla città di Taranto, mostrano chiaramente come qui ci sia un’incidenza molto alta, vicina allo standard nazionale e quasi sempre superiore a tutti gli altri paesi della provincia ionica. Infine, non dobbiamo certo essere noi a ricordare dal prof. Assennato che il Registro Tumori, rilascia il proprio accreditamento solo in presenza di dati che riguardano un triennio (in questo caso per Taranto riguarderà gli anni 2006-20072008). Dunque, sarebbe il caso di attendere la conclusione della registrazione dei dati da parte dell’Asl di Taranto per emettere “sentenze” di un certo peso. Entro la fine del 2012 dovrebbero essere disponibili anche i dati relativi al biennio 2007-2008. Ma Assennato pare essere già in possesso di dati che ancora non sono stati raccolti. Sarà.
Tra l’altro, al di là dei giochi di prestigio messi in atto dall’Ilva con la complicità di Regione ed Arpa Puglia per far apparire Taranto diversa o migliore da quello che realmente è, la ricerca prosegue (per non parlare dei tanti studi svolti negli ultimi 30 anni che sarebbe il caso di tirare fuori dai cassetti di scrivanie impolverate). Lo dimostra, ad esempio, uno studio presentato nel novembre scorso a Lecce dalla dott.ssa Raffaella Depalo, fisiopatologa della riproduzione umana al Policlinico di Bari, intervenuta al XVII Weekend clinico della Società Italiana della Riproduzione. L’obiettivo dello studio è capire gli effetti della diossina sull’ovaio. Da una prima analisi, è stato evidenziato come molte donne provenienti dall’area geografica di Taranto, vadano in menopausa precocemente rispetto alla media nazionale. Le ricerche biomolecolari vengono effettuate sia sul siero che sul fluido follicolare: nello studio, i ricercatori vanno ad individuare un recettore che è importantissimo nell’indurre la maturazione dell’ovulo e quindi la sua capacità di essere fecondato. Si dia il caso che tale recettore abbia un’affinità elettiva per sostanze esogene come la diossina: “Questo legame può comportare un malfunzionamento della regolazione degli estrogeni. Oggi sappiamo che la diossina si accumula nel tessuto adiposo. Maggiore è la massa grassa, si presuppone che maggiore sia la concentrazione di diossina che inoltre tende ad accumularsi sempre più nel tempo”, dichiarò quel giorno la ricercatrice. Come a dire che, anche se l’Ilva un domani dovesse riuscire ad emettere diossina al di sotto del famoso 0,4 (dato che sarà possibile certificato solo quando sarà effettuato un campionamento in continuo h24 e per 365 giorni all’anno), la stessa ha gravissime responsabilità per tutta quella che ha emesso sino ad oggi, violando le direttive europee ed il Protocollo di Aarhus.
Bisogna stare dunque molto attenti alle parole e agli argomenti che si toccano. Perché un conto è fantasticare sulle emissioni di diossina del camino E-312, tutt’altro conto è lasciarsi andare ad annunci avveniristici su un tema delicato come quello dei tumori. Per questo ci aspettiamo che adesso, dopo tanto parlare, visti i problemi risolti, Regione ed Arpa accelerino anche nell’iter per dare il via a quell’indagine epidemiologica che questa città attende da decenni. “Capisco che i cittadini di questa città, dopo aver sopportato per oltre 40 anni l’insopportabile, ora non siano più disposti a sopportare nemmeno il sopportabile”. Questa frase la pronunciò proprio il prof. Assennato lo scorso luglio. E’ bene che nessuno la dimentichi: perché Taranto non permetterà mai a nessuno che si giochi con il suo dolore e i suoi morti.
Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Un Natale senza diossina

REGIONE, ARPA ED ILVA: ECCO LA TRIADE DEL FUTURO
Un Natale senza diossina
E così, senza che ce ne accorgessimo, dall’oggi al domani “ci hanno” risolto il problema ambientale dovuto alle emissioni della “principale sorgente di diossine a Taranto”. Lo hanno dichiarato senza tanti giri di parole il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola ed il direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, in una conferenza stampa svoltasi martedì mattina a Bari (con la “silenziosa” partecipazione dell’assessore all’ambiente Lorenzo Nicastro). I “tre nuovi moschettieri” infatti, non si sono di certo scomodati nello scendere nella vicina ma inospitale Taranto: eppure, l’annuncio di una raggiunta svolta di “natura mondiale” (?, “ignorando” volutamente come già prima del 2008, nazioni come Belgio, Germania, Olanda ed Austria, presentavano limiti di emissioni di diossina tra gli 0,1 e gli 0,5 ng ITE/Nmc, mentre l’Ilva in quegli anni liberava indisturbata nell’aria dagli 1,9 agli 8,4 ng ITE/Nmc) dato martedì, come ha sostenuto lo stesso Vendola, avrebbe dovuto avere come minimo come palcoscenico la città dei Due Mari e non certamente la sede della Regione Puglia a Bari. Ma in questi casi, avranno pensato i tre, è meglio evitare ogni tipo di problema o di incidente di percorso: senza contraddittorio alcuno e senza possibilità di essere smentiti, l’obiettivo è stato portato agevolmente a termine.
Indubbiamente, bisogna dare atto a Regione, Arpa ed Ilva, di aver inscenato un teatrino natalizio davvero niente male: quando tutti si aspettavano la Relazione di fine anno da parte dell’ente regionale per la protezione dell’ambiente, che avrebbe dovuto certificare il superamento del limite di 0,4 ng ITE/Nmc (stabilito dalla direttiva europea UNI EN 1948:2006 sulle rilevazioni delle emissioni tossiche e che riprende quanto sottoscritto dalle nazioni europee nel protocollo di Aarhus del 2004) di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino E312 dell’Ilva di Taranto, previsto dalla legge regionale n. 44 in vigore dal 1 gennaio 2011, ecco spuntare fuori una quarta campagna di rilevazione effettuata nei giorni 12-13-14 dicembre, che hanno portato all’“incredibile” responso di 0,055 ng ITE/Nmc, il risultato più basso di sempre dal 2007 ad oggi. Dato che sommato a quelli delle precedenti tre campagne (0,685 a febbraio, 0,704 a maggio e 0,112 a novembre), certifica un 0,389 ng ITE/Nmc di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino E312 (previa sottrazione dell’incertezza pari al 35%”, come prevede anche la norma UNI EN 1948:2006 dell’Unione Europea), che consentono all’Ilva di rientrare entro il limite dello 0,4 imposto dalla legge regionale.
Dunque, grazie a questi “splendidi” risultati, per Regione ed Arpa Puglia (così come anche per i solerti sindacati confederali subito pronti a battere le mani come delfini ammaestrati), il problema della diossina a Taranto è qualcosa che oramai riguarda il passato. Il presente infatti, ci parla di un inquinamento entro i limiti di legge e di un’industria modello per quanto riguarda una ecocompatibilità oramai prossima. Peccato, però, che questa “bellissima” teoria abbia almeno due grosse falle, che le fanno perdere qualsiasi credibilità. La prima, è di natura puramente matematica: spacciare per superato un problema come quello delle emissioni di diossina e furani dal camino E-312, quando il monitoraggio delle stesse riguarda appena 12 giorni all’anno, è un’operazione che appartiene alla fantascienza e non alla scienza. Nel 2011 Arpa Puglia ha effettuato quattro campagne di rilevamento (che per legge devono essere minimo tre e che avvengono “senza preavviso”, ma con i tecnici che impiegano ben 90’ per arrivare dai cancelli d’ingresso al camino E-312 e montare la relativa attrezzatura). Queste campagne si articolano su tre misure effettuate in tre giorni consecutivi di 6-8 ore ciascuna. Parliamo dunque di 24 ore a campagna, per un totale di 96 ore di rilevamento dati. L’Ilva però, è un impianto sempre in ciclo, che opera 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Un anno è composto da ben 8.760 ore, quindi siamo in presenza di una percentuale di poco superiore allo 0,80 di ore coperte nell’arco di un intero anno. Cosa accade in tutti gli altri giorni dell’anno non è dato sapere, né pare interessi minimamente Regione ed Arpa Puglia.
La seconda gigantesca falla, è più di natura materiale. Se davvero il problema diossina è stato definitivamente risolto, perché la Regione Puglia non ha immediatamente sospeso il decreto del febbraio 2010 con il quale vietava il pascolo nel raggio di 20 km dalla zona industriale di Taranto (divieto dovuto all’abbattimento di centinaia di capi di bestiame contaminati appunto da diossina)? E perché, se le cose stanno così come dicono, non ci illuminano sul perché a tutt’oggi l’Ilva non si è ancora dotata del famoso campionamento in continuo, del quale è ancora in corso d’opera dalla primavera scorsa un non meglio precisato studio di fattibilità? Perché l’assessore regionale Nicastro non ha ancora reso nota la data dell’inizio del campionamento in continuo (peraltro previsto ancora dall’art. 3 della legge regionale n. 44 del 2008, che non venne prescritto quando la stesse venne “aggiustata” nel marzo 2009), che lo scorso 5 luglio a Roma vantò come uno dei risultati raggiunti dalla Regione in sede di rilascio AIA all’Ilva? Così come sarebbe interessante sapere perché a fine novembre, il direttore generale di Arpa Puglia ci rassicurò sul fatto che non si sarebbero svolte altre campagne di rilevazione: voleva forse mantenere il più assoluto riserbo sulle strategie future? Ma soprattutto: alla luce del fatto che Arpa Puglia ha sostenuto ben due campagne di rilevazione in appena 20 giorni (scremando le precedenti due in ben 11 mesi), c’è da credere che l’ente regionale non abbia più alcun tipo di problema di natura economica. Dunque, ci aspettiamo che dal gennaio 2012, ogni 20 giorni Arpa sostenga una campagna di rilevazione presso l’Ilva, in modo tale da tenere sempre tutto “sotto controllo”. O dobbiamo forse pensare che la Regione abbia stanziato degli appositi fondi affinché l’ente regionale potesse svolgere una nuova campagna di rilevazione, in un momento in cui l’Ilva di Taranto non lavora certamente a pieno regime, per consentire al siderurgico di centrare l’obiettivo dello 0,4 in extremis e quindi non avere più alcun tipo di problema (leggi multe varie)? Domande a cui probabilmente non avremo mai risposta.
Per Regione ed Arpa Puglia infatti, l’unico problema adesso resta quello delle bonifiche. Che potranno partire solo con notevoli incentivi economici da parte dello Stato (ma ricordiamo a lor signori che la famiglia Riva deve ancora a questa città un risarcimento danni). Come si farà a bonificare un’area come quella di Taranto nei prossimi anni, con ancora l’Ilva in attività non è però assolutamente chiaro. E così, “eliminata” la diossina, per Regione ed Arpa Puglia problemi come l’avvelenamento della falda acquifera, l’inquinamento da benzo(a)pirene delle cokerie e la mancata copertura dei parchi minerali, solo per citarne alcuni, semplicemente non esistono. Così come non è chiaro perché mai l’Ilva non debba rendere conto di tutta la diossina emessa dal 1995 ad oggi, quando appena un anno fa un dirigente Ilva dichiarò in un incontro pubblico che, pur sapendo di emettere diossina, non lo resero noto finché non venne loro imposto dalle direttive europee che sono in voga da un decennio: per cui, accusare l’ex Italsider di aver violato leggi consapevolmente è un clamoroso falso storico, semmai è appunto vero il contrario. Tutto questo però, è al momento solo contorno: i nostri tre moschettieri sono tutt’intenti a festeggiare la prestigiosa vittoria al grido di “uno per tutti, tutti per l’Ilva”.
Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Referendum, appello a Napolitano

INIZIATIVA DI TARANTO FUTURA
Referendum, appello a Napolitano
Russo: Il Comune è inadempiente
Il sindaco temporeggia per l’indizione del referendum consultivo sulla chiusura dell’Ilva e il comitato promotore si rivolge al Presidente della Repubblica. L’appello al Capo dello Stato è firmato dal coordinatore di Taranto Futura, Nicola Russo.
L’ambientalista e referendario chiede a Napolitano di intervenire con urgenza nei confronti del sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, al fine di «tutelare i principi democratici che governano la nostra nazione e il territorio comunale, così come garantiti dalla nostra Costituzione, invitando il sindaco stesso ad ottemperare a quanto statuito dal Consiglio di Stato, dalla Costituzione italiana, dalle leggi e dai regolamenti e, quindi, al fine di procedere all’indizione del referendum consultivo comunale in materia ambientale, così come previsto dal regolamento del Comune di Taranto ed approvato dal comitato dei garanti, nel rispetto della democrazia e della libertà di pensiero».
Nell’istanza l’avvocato Russo ricostruisce il lungo iter del referendum con il quale chiede alla cittadinanza di esprimere un parere in ordine all’attività del centro siderurgico.
Già il 13 dicembre del 2007, il Comitato cittadino referendario Taranto Futura aveva notificato al Comune di Taranto una diffida volta all’attivazione e conclusione di un procedimento referendario su temi di carattere ambientale. «Procedimento rispetto al quale scrive Russo il Comitato in questione aveva in precedenza formulato apposita istanza nel luglio 2007».
Dopo varie peripezie, il sindaco di Taranto, con decreto n. 53 del 1 settembre 2010, procedeva all’indizione del referendum consultivo comunale in materia ambientale.
«Come se non bastasse, però ricorda Russo il decreto veniva impugnato dinanzi al Tar di Lecce con motivi aggiunti, ad opera di Ilva, Confindustria Taranto e dai sindacati Cgil e Cisl. Il Tar, dichiarandosi competente a decidere la materia referendaria ovvero a decidere su un atto politico elettorale, annullava con sentenza il decreto sindacale di indizione del refernedum consultivo comunale impendendo ai cittadini di esprimere il proprio pensiero in materia ambientale».
Per il Comitato Taranto Futura si trattò di una grave battuta d’arresto. Il percorso verso il referendum sembrava irrimediabilmente compromesso. Contro la decisione del Tar, il Comitato ha promosso ricorso al Consiglio di Stato, che «dichiarava il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, dichiarando inammissibili i motivi aggiunti proposti in primo grado dai citati ricorrenti , in ordine alla richiesta di annullamento del decreto di indizione del referendum consultivo comunale da parte del sindaco di Taranto, ripristinando, quindi, lo status quo ante».
Lo scorso 18 ottobre, il Consiglio di Stato ha inviato al comune di Taranto l’avviso delle sentenze, «con ordine alla pubblica amministrazione interessata spiega il coordinatore di Taranto Futura di provvedere all’esecuzione dei provvedimenti. Con atto del 31 ottobre 2011, indirizzato al sindaco di Taranto, il comitato promotore referendario “Taranto Futura”, sulla base delle sentenze del Consiglio di Stato diffidava lo stesso sindaco di Taranto ad indire il referendum consultivo, così come approvato dal comitato dei garanti con verbale del 31 marzo e 23-30 luglio 2010».
Una nuova diffida allo svolgimento del referendum è stata inoltrata sempre al primo cittadino lo scorso 17 novembre. «Ogni richiesta in merito aggiunge Russo diretta ad impedire il referendum consultivo comunale in questione, non può essere formulata dinanzi al giudice ordinario, essendo decorsi i rituali termini di impugnazione, atteso il rispetto di quanto statuito dal regolamento comunale in tema di referendum consultivo, in cui all’art. 18 si afferma che “per quanto non previsto nel presente regolamento si fa rinvio alla normativa in materia di consultazioni elettorali e referendarie vigenti. A tutt’oggi, il sindaco di Taranto, Stefano, nonostante le diffide, non ha ancora provveduto ad indire il referendum, in violazione dei principi dell’ordinamento giuridico italiano».

10 ANNI PER FARE A MENO DELL’ILVA

10 ANNI PER FARE A MENO DELL’ILVA

Ormai si va ben delineando come esista lo scollamento fra la politica vissuta nelle sedi dei partiti e istituzionali, aule consiliari e di governo, e quella che la gente e il popolo auspicano. Da un lato la conservazione delle postazione di potere a tutti i costi, che non sempre è un mero concetto di partito ma espressione di singole persone; dall’altro ci sono le aspettative di chi non ha un lavoro o vuole tutelarlo, di chi cerca prospettive future diverse dalle attuali, di chi vorrebbe vivere in un ambiente migliore e salubre, etc. La conservazione o l’acquisizione del potere con la gestione dei bisogni della gente molto spesso sono obiettivi in contrapposizione tra loro e ciò determina l’allontanamento dalla politica, la disaffezione nella gente. Emergono, in definitiva, prepotenti le due anime: la logica della politica nel perseguimento di potere e quella della gente che ricerca la tutela del bene comune nel vivere quotidiano. Ora più che mai quella gente vorrebbe pensare con serenità alle feste imminenti, agli affetti ad un futuro dignitoso. Ciò che a noi preme è sottolineare come il contrasto dell’anima votata al potere, che si cala marginalmente in quella dei bisogni reali, sia soprattutto rappresentata dai grandi partiti. Non vedo differenze di rilievo fra PD, SEL e PDL, i maggiori partiti che operano in questa regione. E non vedo come le loro esternazioni per bocca dei loro rappresentanti vadano nella direzione di un disegno strategico a sostegno dei bisogni fondamentali della gente, lavoro, salute e prospettive per i figli. La vocazione prevalente è quella di prendere le difese di fasce colpite da problematiche maggiori ma di non proporre reali cambiamenti nell’economia secondo nuove direttive di sviluppo futuro. Assistiamo costantemente a prese di posizione su questioni ambientali, ma non vediamo emergere da questi partiti una idea di reale cambiamento, con proposizione di un modello economico diversificato, innovativo, quindi per costoro va bene quello che c’è, seppure sia scarno nella fisionomia, precario, privo di sicurezza, anzi si millanta la difesa di quel poco che c’è come unica possibilità di sussistenza per l’occupazione . L’unico partito che ha preso le distanze da questa finta tutela del bene comune è l’IDV che ha proposto come irrinunciabile l’obiettivo di valutare tutte le possibilità di alternative economiche alla grande industria per poter pensare di modificare il modello economico e portare alla chiusura la grande industria in 7-10 anni. Un progetto che deve passare attraverso un sostegno popolare diffuso e trasversale e la messa in campo di menti “qualificate” per svilupparlo e sostenerlo. I maggiorenti di partiti come SEL, PD e PDL non si sono mai impegnati in un progetto simile eppure dicono tutti di voler difendere l’ambiente. Fra non molto la parola passerà, per il gioco della democrazia, al popolo, attraverso le elezioni cittadine. Questa volta però non sarà il gioco di sempre potrebbe essere l’ultimo treno, come quelli già soppressi per Taranto, potrebbe essere la virata fatale per i cittadini chiamati alla urne per scegliere fra la conservazione di quel poco che abbiamo e quello che di ulteriore ed alternativo vorremmo per i nostri figli. Non si creda che la forza del popolo non abbia valore e non si cada nel pensiero comune che tanto non cambia niente, la rassegnazione è una sconfitta! I grandi cambiamenti sono sempre passati attraverso il popolo che ragiona ed io vorrei che questa capacità emerga chiara. Le regole vere dell’economia le stabilite il popolo con i suoi bisogni; ora stiamo vivendo una depravazione economica che ci propinano anche i cosiddetti economisti che ci fanno credere che il PIL basato sull’acciaio o il cemento sia il toccasana economico. Reputo opportuno per Taranto che si ritorni all’economia connaturata con il territorio legata alla terra e al suo mare unita alla green economy . Auspico che i cittadini di Taranto diano un segnale forte sulla questione.

Patrizio Mazza
Consigliere regionale della Puglia per Italia dei Valori

Uno 0,17 non fa primavera

LASCIA PERPLESSI UN VIDEO MESSAGGIO DI VENDOLA

Uno 0,17 non fa primavera

L’anticipazione data dal direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, nella “grande” giornata del 28 novembre dedicata alla presentazione del “Rapporto Ambiente e Sicurezza 2011” dell’Ilva S.p.A., ha assunto da ieri i crismi dell’ufficialità. Sul sito ufficiale dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale, è stata infatti pubblicata la nota con la quale si rende noto che “la terza campagna per la rilevazione di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino E312, afferente all’impianto di agglomerazione dello stabilimento ILVA S.p.A. ha dato come valore medio nei tre giorni di monitoraggio, 0,17 ng ITE/Nmc (previa sottrazione dell’incertezza pari al 35%”, come prevede anche la norma UNI EN 1948:2006 dell’Unione Europea)”. Un risultato che in molti hanno salutato con giubilo in questi ultimi giorni: tra i tanti, come previsto, anche la Regione Puglia nella persona prima dell’assessore regionale all’Ambiente ed in un secondo dal presidente Nichi Vendola. Il quale, colto da uno dei suoi noti momenti di narrazione fiabesca, ha pensato bene di postare su Facebook, il famoso social network che solamente in Italia vanta oltre 21 milioni di iscritti, un video dall’inebriante titolo “La diossina a Taranto è finalmente sotto il livello di guardia”. Un video-messaggio indirizzato a tutta la comunità tarantina della durata di quasi tre minuti, in cui il buon Nichi è riuscito a superare persino i dirigenti dell’Ilva e la sua area comunicazione in quanto ad omissioni e stravolgimento della realtà. D’altronde, il “leader maximo” di SEL, ha imparato in fretta a fare politica utilizzando la sua grande arte oratoria, grazie alla quale ha vinto le ultime due campagne elettorali regionali, utilizzando molto spesso come vessillo la famosa legge antidiossina, fiore all’occhiello della sua “buona politica”.

E così, nel suo breve video-messaggio che inizia con l’annuncio dell’obiettivo raggiunto (diossina sotto il limite di 0,4 ng ITE/Nmc) e con un criptico riferimento a chi in questi ultimi anni avrebbe lavorato nella “coltivazione di curiose inimicizie”, dando oramai per scontata la vittoria finale, Vendola si rivolge ai tarantini parlando della diossina come un problema oramai legato al passato. Dichiarando che la diossina “avvelenava” la nostra aria, “entrava” nel circolo alimentare, “ipotecava” il futuro di Taranto.

Come se la diossina caduta per decine e decine di grammi negli ultimi decenni, non sia ancora un problema attuale. Come se il divieto di pascolo nel raggio di 20 km dalla zona industriale, non fosse un provvedimento firmato dalla giunta dello stesso Vendola nel febbraio del 2010, ma cinquant’anni fa. Come se negli ovini mandati a centinaia al macello per la presenza nel loro corpo e negli alimenti da loro prodotti di concentrazioni di diossina oltre i valori limite, con relative famiglie e masserie centenarie distrutte economicamente e umanamente, fossero scene di un passato lontano e non immagini di qualche mese fa. Come se le migliaia di morti e di ammalati, le donne invisibili che soffrono di endometriosi, gli uomini e le donne affette da sterilità, o i tanti bambini ammalati di Taranto (Egregio Presidente Vendola, ha già dimenticato le tante letterine che gli stessi le hanno scritto per anni?), non fossero un dramma del nostro presente, ma un fatto storico appartenente al passato ora cancellato grazie agli ultimi dati sulla diossina.

Ma nel breve video-messaggio del presidente Vendola, c’è anche molto altro. E’ presente ad esempio un orgoglio, “per non aver avuto paura di sfidare in un duro braccio di ferro la più grande azienda siderurgica europea e gli interessi della politica nazionale, varando una legge all’avanguardia in Europa, lavorando senza chiacchiere e soprattutto per amore di Taranto. Questa è la vittoria di una grande battaglia ambientale e sociale, della quale sono orgoglioso”, che onestamente ci lascia perplessi. Passino i nuovi importanti risultati, va bene essere in piena campagna elettorale per le prossime elezioni politiche nazionali, ma omettere di dire le cose come stanno, è azione assai cattiva e ingiusta.

A questo punto, dunque, non ci resta che pensare che il buon Vendola soffra di amnesia. Perché il presidente regionale “dimentica” di dire, ad esempio, che la legge regionale n. 44 del 2008 (che limita a 0,4 ng ITE/Nmc le emissioni di diossina e furani a partire dal 31/12/2010), non è un’invenzione della Regione Puglia, ma una norma europea, la UNI EN 1948:2006 sulle rilevazioni delle emissioni tossiche, a cui la legge regionale fa riferimento. Dimentica, anche, che in altre parti d’Europa quella norma era già stata recepita in largo anticipo, come peraltro riportato nel testo della legge regionale. Quindi, auto compiacersi di essere all’avanguardia come fa oggi la Regione Puglia o presentarsi come modello europeo da seguire come pensa di essere l’Ilva, è un’azione totalmente al di fuori dalla realtà. Già prima del 2008 infatti, nazioni come Belgio, Germania, Olanda ed Austria, presentavano limiti di emissioni di diossina tra gli 0,1 e gli 0,5 ng ITE/Nmc, mentre l’Ilva in quegli anni liberava indisturbata nell’aria dagli 1,9 agli 8,4 ng ITE/Nmc. Dunque, recependo quella norma, ci si è semplicemente messi al pari degli altri, evento che in Italia pare essere sempre destinato ad una nomina al Nobel.

Ma il presidente Vendola, dimentica altresì di spiegare ai tanti internauti tarantini e non, come davvero funzioni questa “mirabolante” ed “innovativa” legge, pensata in un modo nel dicembre 2008 (con all’art. 3 il famoso campionamento in continuo su cui l’Ilva ha avviato uno studio di fattibilità di cui nessuno ha più notizia) per poi essere radicalmente “aggiustata” nel marzo del 2009 (che inserisce le tre campagne di rilevamento attuali, senza però aver prescritto il campionamento in continuo) per ottenere in pochi anni un risultato positivo non solo numerico, ma anche e soprattutto politico. Perché non spiegare come stanno realmente le cose, omettere, non affrontare i problemi e la realtà ancora oggi, è un qualcosa che questa città non merita, comunque la si giudichi.

Nel 2011 l’Arpa Puglia ha effettuato tre campagne di rilevamento di diossine e furani (che avvengono “senzapreavviso”, ma con i tecnici che impiegano ben 90’ per arrivare dai cancelli d’ingresso al camino E-312 e montare la relativa attrezzatura). Queste campagne si articolano su tre misure effettuate in tre giorni consecutivi di 6-8 ore ciascuna. Parliamo dunque di 24 ore a campagna, per un totale di 72 ore di rilevamento dati. L’Ilva però, è un impianto sempre in ciclo, che opera 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Un anno è composto da ben 8.760 ore, quindi siamo su una percentuale di 0,82 ore coperte nell’arco di un intero anno. A fronte di tale operazione, crediamo sia superfluo esprimere ogni altro commento sulla reale efficacia di una legge che è stata modificata proprio per non conoscere la verità.

Il nostro più grande terrore si è dunque materializzato: ovvero che una volta “raggiunti” gli obiettivi ambientali con mezzi e metodi alquanto limitati e limitanti, il problema inquinamento a Taranto venga sepolto sotto una serie di mezze verità e continue omissioni tali da mandare nel dimenticatoio la triste e dura realtà.

Ma che sarebbe arrivato a farlo anche colui il quale è il fondatore di un partito che si chiama SEL (Sinistra, Ecologia e Libertà), è un qualcosa che ci lascia sgomenti. Una vera ecologia non può prescindere da dati scientifici corrispondenti ad una realtà monitorata 24 ore su 24. Per non parlare della libertà, magari ad esempio quella di pensiero o di stampa: ma evidentemente il presidente Vendola ignora come questo giornale sia volutamente escluso dall’industria modello Ilva S.p.A. ogni qual volta venga organizzato un incontro pubblico, con metodi alquando poco democratici.

Infine, caro Presidente, visto che per lei il problema diossina è oramai superato, la lasciamo dicendole che noi non smetteremo mai di lottare per una Taranto migliore, libera dai fumi e dai veleni. E per rinfrescarle la memoria, la salutiamo rispolverando un motto molto in voga nella Parigi del ’68, durante il vento di quella rivoluzione di “sinistra” che anche lei pare oramai aver dimenticato. “Continuous les combat” (“Continua la lotta”), Presidente.

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Ilva, ma quanto ci costi?

CONTRO AMBIENTE
RAPPORTO SULL’INSICUREZZA AMBIENTALE

L’Agenzia Europea per l’Ambiente colloca l’impianto tarantino al 52° posto (su 622) nella classifica dei danni ambientali e di sicurezza per i cittadini. E allora vediamo un po’ di cifre

Ilva, ma quanto ci costi?

Quando si parla di Ilva il pensiero fugge veloce verso l’ambiente, quindi la qualità della vita in cui ogni cittadino di Taranto, e nei pressi di Taranto, vive e costruisce il suo progetto di vita. Quando si parla di Ilva, soprattutto negli ultimi anni, c’è sempre da fare i conti con un dilemma che nessuno, davvero nessuno, riesce o vuol risolvere: coniugare le esigenze occupazionali alla salute. Ecco, perciò, che soltanto menzionare l’Ilva significa discutere di ambiente.

L’Ilva è il quarto gruppo siderurgico d’Europa, un colosso che soltanto nel 2010 ha fatturato poco meno di 8 miliardi di euro, migliorando la performance dell’anno precedente (poco meno di 6 miliardi). Una recente analisi di Mediobanca recita come “il maggiore operatore nel settore della metallurgia è proprio Riva Fire con 7,8 mld di fatturato ed una crescita del 33,8% rispetto al 2009, seguito dal gruppo Marcegaglia che si porta a 3,8 mld, (+48,8%). Seguono il Gruppo Kme, che cresce del 39,5% (2,7 mld) e Thyssen con 2,3 mld (+58,9%). Troviamo quindi Finarvedi (+83,5%), Cln (+20,4%), la Siderurgica Investimenti (+51,8) e Acciaierie Beltrame (+18%). In calo Dalmine che si attesta sotto il miliardo (951 mln), pur essendo parte di un gruppo controllato dalla famiglia Rocca che ha sede in Lussemburgo (Tenaris) e che, a livello mondiale, ha fatturato nel 2010 oltre 7,7 mld di euro con oltre 25mila dipendenti (di cui solo 2600 in Italia)”.

I numeri, ancora, dicono che a fronte di una forte perdita del 2009 (-547 milioni di euro), nel 2010 il recupero è stato consistente (-66 mln), e addirittura nel 2011 il gruppo spera di chiudere con un “leggero utile”, come ha affermato Fabio Riva, vicepresidente e consigliere delegato di Riva Fire, in una recente intervista rilasciata al ‘Corriere della Sera’, all’inizio di ottobre. Nella stessa occasione, Fabio Riva considera come il peggio per il settore dell’acciaio debba ancora arrivare, nel senso che va preannunciandosi un 2012 molto duro e che potrebbe avere conseguenze sulla produzione. Del resto, da tempo circola insistentemente la voce di nuova cassa integrazione nello stabilimento di Taranto: andrebbe, però, ricordato che il monte ore per quest’anno è stato sfruttato del tutto e che, sempre secondo alcune voci, nel 2012 potrebbero essere avviati dei lavori di adeguamento importanti per alcuni impianti. Il che significherebbe che l’Ilva potrebbe in qualche modo rinnovare la cassa integrazione proprio nel periodo dei lavori: curioso, vero? Sfruttare alla bell’e meglio i quattrini dei contribuenti, dello Stato cioè, e nello stesso tempo rinnovare gli impianti: mica stupida la ‘mandrakata’, rispondesse a verità. Vox populi, vox Dei…

Fin qui alcuni numeri, che al pubblico potrebbero pure interessare poco, ma che qualche riflessione invece producono. Per esempio, ed è una delle criticità rilevate dall’Arpa rispetto all’ultimo Rapporto Ambiente e Sicurezza, l’Ilva è una delle aziende il cui canone economico in termini ambientali e di salute per i cittadini che costa di più in Europa: occupa la 52a posizione, in una classifica di 622 impianti industriali europei, secondo l’ultimo report dell’EEA, cioè l’Agenzia Europea per l’Ambiente; in Puglia solo la centrale Federico II di Brindisi ha fatto peggio, addirittura è al 18° posto. Un dato, quel 52° posto, che non è nemmeno, e non lo è stato nello show andato in scena l’altro ieri all’Ilva, sfiorato dal Rapporto 2011 compilato dai bravi ‘studiosi’ del gruppo Riva. C’è bisogno di spiegare cosa significa quel 52° posto? Che in termini di costi sull’ambiente e sulla salute l’Ilva è una delle aziende europee che costa di più, e ovviamente tutto ciò a discapito soprattutto della nostra terra, della nostra salute. Sarebbe interessante sapere cosa risponde l’Ilva a un’analisi simile: che bastano e avanzano i propri report, gli investimenti fatti, gli stipendi che elargisce?

Lasciamo stare e andiamo oltre. L’Ilva già dal 2010 continua ad affermare come abbia investito fortemente sul miglioramento degli impianti e, conseguentemente, sull’impatto ambientale. Bene, stiamo parlando di una cifra, almeno a quanto affermano i dirigenti del gruppo, che si aggira attorno a poco più di 1 miliardo di euro (come riportato dalla tabella ufficiale del Rapporto). Bene, bravi, sforzo niente male: andrebbe, però, anche detto che quel miliardo e passa va spalmato in 13 anni, e cioè dal 1998 fino al 2010, quindi con una media di 80 mln annui. Neppure negli anni migliori, cioè dal 2005 al 2007, quando i profitti raggiunsero circa 2,5 miliardi di euro, l’Ilva ha investito di più in termini ambientali: 79, 75 e 104 milioni in tre anni, tra l’altro anni in cui si inasprì il conflitto tra Enti e azienda (l’Arpa, nel 2006, per esempio, bocciò completamente l’azione della Regione).

Meglio perciò precisare i valori e i tempi di un investimento, che i dirigenti Ilva amano ripetere spesso quasi fosse una concessione straordinaria alla città. Un po’ come fa l’Amiu, che spaccia per straordinarie quelle pulizie nei quartieri che dovrebbero invece essere ordinarie…

Lo stabilimento di Taranto occupa circa 12mila dipendenti, a fronte dei 21mila totali del gruppo Riva: quindi poco più della metà lavora qui, e necessariamente, non certo per concessione divina, il gruppo deve investire somme sostanziose qui per reggere il mercato e i conti economici. Chiaro, no? Quel che vogliamo affermare, in sostanza, è che spacciare gli investimenti sullo stabilimento quasi fossero un ‘regalo’ al territorio è oltremodo provocatorio, perché questo stabilimento per la famiglia e per il gruppo Riva, oltre che per le Istituzioni (che incassano, sperando, le tasse dovute), è molto più che strategico: è il fortino che produce e sostiene il resto delle attività del gruppo nel mondo, che non sono poche e sono molteplici. Soprattutto, serve a rassodare il capitale del gruppo principale (Riva Fire conta diverse holding, divisioni e aziende in tutto il mondo) che, come qualcuno forse non sa, ha residenza in Lussemburgo (la Utia sa) e che come margine operativo è passato da un dato negativo del 2009 (-606 mln) a un dato positivo nel 2010 (+69 mln), a conferma, nei meandri, di quanto afferma Mediobanca. Insomma, i sacrifici dei dipendenti in termini di cassa integrazione negli ultimi due anni sono serviti soprattutto a migliorare i conti del gruppo e a superare la crisi. Come al solito, perciò, a pagare nei periodi negativi sono soprattutto i lavoratori, visto che – ma è andazzo comune nell’imprenditoria italiana – la responsabilità congiunturale negativa non appartiene mai ai portafogli dei padroni ma viene sempre spalmata sui dipendenti che, purtroppo, pur di conservare il posto di lavoro sono costretti a subìre. Peccato, però, che allorquando i profitti sono eccellenti lo stipendio dei lavoratori resta più o meno sempre quello.

Poi, la storia di questa città insegna molto. In termini economici, sarebbe bello conoscere quanti danni – e qui torniamo all’Agenzia Europea per l’Ambiente – ha provocato negli anni l’inquinamento prodotto dall’Ilva. Per esempio, sarebbe bello capire perché a pagare i danni siamo sempre e soltanto noi cittadini. Balle? No, perché l’abbattimento degli ovini, l’economia che esse producevano e il (misero) rimborso alle aziende non viene pagato dagli inquinatori ma dalle Istituzioni, come la Regione e quindi con i soldi dei contribuenti. E inoltre: chi pagherà quei mitilicoltori che da luglio sono fermi nella produzione perché il Mar Piccolo è inquinato? Naturalmente, le Istituzioni: circa 1 milione di euro, a spese dei contribuenti. E chi ripaga l’agricoltura che deve fare i conti con una ‘nomea’ ingiustificabile? Pensiamo agli agrumi, per esempio: basterebbe parlare con qualche produttore che deve svendere il suo prodotto perché ‘tacciato’ di essere inquinato. E l’elenco potrebbe allungarsi notevolmente, sino alle malattie derivanti dall’inquinamento che negli anni è costato in termini di vite umane e di risorse economiche sanitarie.

E allora: quanto ci costa veramente l’Ilva? E quanto ripaga la nostra terra l’Ilva?

Conclusione. Voglia il cielo che la maxi inchiesta sull’inquinamento portata avanti dalla Magistratura tarantina non produca l’esito che, purtroppo, un po’ tutti immaginano. Perché se un giorno fosse certificato il nesso causale tra malattie e inquinamento, beh…

Marcello Di Noi
direzione@tarantooggi.it

E’ fondamentale tracciare un confine netto tra le notizie divulgate e l’effettiva realtà dei fatti. Quella dell’Ilva appare invece come una verità rivelata inconfutabile e indiscutibile, senza possibilità di replica

Le verità nascoste…

Abbiamo scelto volutamente di prenderci 24 ore di tempo per leggere e analizzare la mole di dati che sapevamo sarebbe uscita fuori dal “Rapporto Ambiente e Sicurezza 2011” dell’Ilva S.p.A. Ma soprattutto avvertiamo forte l’esigenza di tracciare un confine netto tra la verità divulgata e l’effettiva realtà dei fatti. Perché ancora una volta, purtroppo, ci troviamo a dover fare i conti con un volume di pregevole fattura, da un punto di vista unicamente topografico e fotografico, che però viene presentato ad un’intera città come il Verbo, una verità rivelata inconfutabile e indiscutibile, che va accettata in toto, senza se e senza ma. Per chi scrive però, il giornalismo non è un mero narrare di fatti, eventi e personaggi, né un riportare fedelmente ciò che viene dichiarato come un copista senza metterlo in discussione e vagliarlo con mente critica, come il buon Immanuel Kant ha provato ad insegnarci, evidentemente senza troppo successo, oltre 300 anni fa. Dunque, stante tale premessa, non possiamo non partire dal dato più evidente e clamoroso che ha contraddistinto la giornata di lunedì. Ovvero il dato emerso dall’ultima campagna per la rilevazione di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino E312 effettuata da Arpa Puglia, che ha registrato un risultato pari a 0,2 ng ITE/ Nmc. Risultato inferiore al valore limite imposto dalla legge regionale n.44 del 19 dicembre 2008 di 0,4 ng ITE/Nmc. Dato che ovviamente ha incontrato il favore ed il giubilo di politici e dirigenti Ilva, tanto da far arrivare quest’ultimi a dichiarare che oramai l’Ilva di Taranto è diventato un impianto industriale modello in ambito europeo. Di fronte a questi valori, l’Arpa ha giustamente sottolineato i grandi progressi fatti registrare dall’azienda sulle emissioni di diossina, mentre la Regione Puglia, nella persona dell’assessore all’ambiente Lorenzo Nicastro, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco.

Sì, perché si dia il caso che la legge regionale in questione, pur essendo stata modificata nel marzo del 2009, parla chiaro: dopo aver effettuato tre campagne di misura annuali, il valore di emissione su base annuale sarà ottenuto mediante la media aritmetica dei valori di emissione delle campagne di misure effettuate. Media aritmetica che non dovrà essere superiore al valore limite imposto dalla legge regionale stante in 0,4 ng ITE/Nmc. Ora: se la matematica non è un’opinione e non c’inganna, sommando le tre campagne di rilevazione effettuate da Arpa Puglia (febbraio 0,68 + maggio 0,70 + novembre 0,20) il risultato che ne vien fuori è 1,58 che diviso tre porta la media annuale a 0,52 ng ITE/Nmc: un risultato sicuramente importante, ma che è semplicemente oltre il limite imposto dalla legge regionale, che essendo entrata in vigore il 1 gennaio 2011, non può essere considerata dai dirigenti un obiettivo da raggiungere, bensì un limite da rispettare: punto. E stante così le cose, l’Ilva è semplicemente fuorilegge: noi ci aspettiamo che, secondo il principio “la legge è uguale per tutti”, la Regione Puglia passi ai fatti, prendendo i provvedimenti del caso che prevede la legge del 2008. Ovviamente, tutto questo ragionamento, nel Rapporto-Vangelo dell’Ilva non lo trovate scritto. Come non troverete scritto, se non di sfuggita, che questi strabilianti risultati ottenuti nel 2011, sono frutto di un sistema alquanto parziale. Per due semplicissimi motivi. Il primo, il più concreto, sta nel fatto che ciascuna di queste campagne di rilevamento di diossine e furani (che avvengono “senza preavviso”, ma con i tecnici Arpa che impiegano ben 90 minuti per arrivare dai cancelli d’ingresso al camino E-312 e montare la relativa attrezzatura) si articolano su tre misure effettuate in tre giorni consecutivi di 8 ore ciascuna. Ora: sempre se la matematica non è un’opinione e non c’inganna, parliamo di 24 ore a campagna, per un totale di 72 ore di rilevamento dati. L’Ilva però, è un impianto sempre in ciclo, che opera 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Un anno è composto da ben 8.760 ore, quindi siamo su una percentuale di 0,82 ore coperte nell’arco di un intero anno. A fronte di tale operazione, crediamo sia superfluo esprimere ogni altro commento sulla reale efficacia di una legge che è stata modificata proprio per non conoscere la verità. Inoltre, è bene sottolineare come la legge in questione preveda che “il valore di emissione derivato da ciascuna campagna sarà ottenuto operando la media aritmetica dei valori misurati, previa sottrazione dell’incertezza pari al 35%”, come del resto prevede anche la norma UNI EN 1948:2006 dell’Unione Europea sulle rilevazioni delle emissioni tossiche, a cui la legge regionale fa riferimento. Sapere quanta diossina viene emessa dal camino E-312 ogni singolo secondo, sarebbe tutt’altra storia e darebbe senz’altro risultati scientifici inconfutabili e certi. E qui siamo costretti a riaprire la famosa diatriba relativa al “campionamento in continuo” delle emissioni di diossina e furani dal camino E-312, che ha vissuto una storia sin qui alquanto tribolata. Questione che all’Ilva non riguarda, e a ragion veduta, visto che nel Rapporto gli vengono dedicate pochissime righe a pag. 55, in cui l’azienda sostiene essere ancora in corso d’opera la prima fase dello studio di fattibilità sulla sperimentazione di tale operazione, che è partita ufficialmente lo scorso 21 marzo. Poi, nello scorso luglio, ad Arpa Puglia arrivò una comunicazione da parte del Ministero dell’Ambiente, secondo cui si era messo in moto In origine, l’articolo 3 della legge regionale prevedeva l’obbligo di tale campionamento: poi, nel marzo del 2009, tale articolo fu “aggiustato” diventando un campionamento da svolgere minimo tre volte in un anno.

Ma nella “revisione” del 2009, non avvenne la totale prescrizione dell’art. 3, ma soltanto una semplice aggiunta di un “comma 1 bis”, lasciando così in vigore l’art. 3 in cui è previsto “l’obbligo per le aziende di presentare un piano per il campionamento in continuo”, che come detto è ancora lungi dall’essere concretizzato. A voi la scelta di individuare il responsabile di tale svista tra l’Ilva, il Ministero dell’Ambiente, la Regione Puglia, il Comune di Taranto, Arpa Puglia e Ispra. A proposito di Palazzo di Città, è bene ricordare a futura memoria, come il sindaco Stefàno abbia sempre osteggiato la possibilità di tale campionamento. D’altronde, ancora persuaso nel 2011 di come non sia possibile “dire con certezza chi sono i colpevoli dell’inquinamento a Taranto”, allo stesso Sindaco non fece difetto asserire in più di una circostanza come “il campionamento in continuo non è possibile. Questo non lo dico io ma studi scientifici che dimostrano quanto controproducente possa risultare qualora utilizzato”. Lo stesso direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, in occasione della presentazione dei primi dati del registro tumori di Taranto lo scorso luglio, disse che chi parlava di campionamento in continuo “non ha capito una mazza dell’argomento”. Sempre su questo tema, quando il 5 luglio venne rilasciata l’AIA all’Ilva, l’assessore all’ambiente Nicastro asserì che era stata anche stabilita, tra le prescrizioni del documento, una data certa per la partenza di tale campionamento, che però a tutt’oggi non è mai stato in grado di fornire.

Che il campionamento in continuo sia controproducente è una certezza: per chi e perché, è sin troppo facile dedurlo. “La verità è tanto più difficile da sentire quanto più a lungo la si è taciuta” (Anne Frank, Francoforte sul Meno, 12 giugno 1929 – Bergen-Belsen, 31 marzo 1945).

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Insieme alle diverse verità nascoste, nel Rapporto Ambiente e Sicurezza 2011 dell’Ilva S.p.A. molte altre sono state consapevolmente dimenticate. O colpevolmente taciute

…e quelle dimenticate

Insieme alle diverse verità nascoste, nel “Rapporto Ambiente e Sicurezza 2011” dell’Ilva S.p.A. molte altre sono state consapevolmente dimenticate. O colpevolmente taciute. Atto che questo giornale non è e non sarà mai disposto a fare o ad appoggiare in maniera più o meno connivente. Noi non siamo disposti a dimenticare. O a far finta che “tutto va ben madama la marchesa”. Men che meno ad emozionarci per un semplice ed insignificante 0,2. Ecco perché sarebbe interessante chiedere ai dirigenti Ilva o ai loro sommi narratori e massimi esponenti della nuova comunicazione 2.0., il perché nel corposo volume manchi una parte relativa a tutto quello che testimonia, a livello scientifico e non meramente ideologico, tutto quello che nell’Ilva non va e tutti i danni che quest’azienda ha causato al territorio circostante negli ultimi decenni.

Ad esempio, è stato “stranamente” dimenticato il rapporto dei Carabinieri del NOE nel quale venivano riportate tutte le irregolarità riscontrate nel corso di 40 giorni di indagini ed appostamenti effettuati dal nucleo speciale dell’Arma. Un rapporto presentato presso la Procura di Taranto il 24 giugno scorso nell’udienza dell’incidente probatorio portato avanti dal pm Patrizia Todisco, attraverso il quale i Carabinieri del NOE consigliavano il sequestro gli impianti del siderurgico al fine di poter avviare un’indagine seria sullo stesso. Rapporto che il 4 luglio scorso arrivò via fax anche al Ministero dell’Ambiente, ma la conferenza dei servizi sull’AIA dell’Ilva svoltasi il giorno dopo, pur prendendone visione, non lo ritenne di una rilevanza tale da comportare modifiche alle prescrizioni licenziate dalla Commissione Istruttoria IPPC.

In quel rapporto però, veniva ad esempio posto l’accento sul fenomeno dello “slopping”, la dispersione dai tetti delle acciaierie delle famose nuvole di fumo rosso dovuto alla presenza di ossidi di ferro, chiaro indice della scarsa efficacia delle prescrizioni per contrastarle previste nell’AIA dell’Ilva. Nel rapporto del NOE si denunciava anche un uso distorto delle torce di tipo continuativo, come pratica di smaltimento e non legato ad eventi eccezionali (come ad esempio le emergenze e/o problemi di sicurezza). L’ultima denuncia del rapporto del NOE riguardava la preoccupante situazione in cui versa l’area Gestione Rottami Ferrosi. Il rapporto del NOE evidenziava l’insufficienza sia della portata delle prescrizioni imposte nell’AIA, sia dei controlli su quanto dichiarato dall’Ilva nel suo piano di risanamento. In particolare si rilevava “l’assenza di sistema di captazione e depolverazione nell’area taglio rottami ferrosi, il sottodimensionamento e l’avaria di quello installato nell’area adibita al taglio dei fondi delle paiole”.

Così come non abbiamo trovato nelle pagine del Rapporto, nulla che facesse riferimento al verbale della Conferenza dei Servizi Decisoria “per acquisire le intese ed i concerti previsti dalla normativa vigente in materia d’approvazione dei progetti di bonifica concernenti l’intervento sul “Sito di Interesse Nazionale di Taranto” dello scorso 15 marzo 2011 a Roma, dopo la comparsa del quale l’iter dell’approvazione della legge regionale sulla bonifica delle falde si è stranamente arenato.

In quel verbale veniva sottolineato come il Piano di Caratterizzazione sito-specifico presentato dall’Ilva S.p.A. fosse incompleto vista “la perdurante assenza della conseguente Analisi di Rischio che deve concorrere alla definizione dei nuovi valori soglia al fine di stabilire definitivamente il livello di effettivo inquinamento”. Inoltre, risultava protocollata anche una nota diretta dell’Ilva S.p.A. (DIR/28 del 16/04/2010), in cui la stessa azienda dava conto dei livelli di notevole inquinamento della falda. Come veniva chiaramente sottolineato che il rilascio dell’A.I.A. “non esime il titolare dell’impianto di avviare e concludere nei tempi previsti il procedimento di bonifica e risanamento ambientale per il sito in questione”. Infine, veniva chiesto agli organi di controllo (Polizia Provinciale, ARPA e ASL) di effettuare idonei sopralluoghi a cadenza ravvicinata “al fine di rendere edotti i soggetti sullo stato attuale del sito, con particolare riferimento agli usi delle acque di falda contaminate e/o ai rischi professionali e sanitari degli operatori/fruitori del sito”. Inutile dirvi che l’Ilva ha fatto ricorso al Tar di Lecce contro quanto riportato nel verbale e la questione è ancora lungi dal concludersi.

Ma, nello stesso tempo, non abbiamo dimenticato i tanti danni causati alle persone ed al nostro territorio nel corso degli anni. Che ovviamente non compaiono nel Rapporto Ilva, come se non fossero mai accaduti. O come se si trattasse di fastidiosi incidenti di percorso di cui è inutile parlare. Ad esempio, non abbiamo dimenticato gli oltre 1.600 capi di bestiame abbattuti dall’Asl di Taranto per la presenza negli stessi di livelli di diossina superiori al limite di legge. Non abbiamo dimenticato le lacrime, la disperazione, il dramma degli allevatori delle masserie della provincia ionica (come le famiglie Fornaro e D’Alessandro). Non abbiamo dimenticato il limite di pascolo nel raggio di 20 km dagli impianti industriali imposto dalla Regione Puglia nel febbraio del 2010.

Non abbiamo dimenticato i mitilicoltori tarantini, a cui viene impedito di lavorare a causa di un inquinamento senza precedenti da Pcb che ha avvelenato il 1° seno del Mar Piccolo (ma state pur certi che prima o poi verrà fuori il nome di chi ha riempito per anni la cava del terreno dell’azienda San Marco Metalmeccanica di materiale di risulta industriale, che combacia con la falda profonda che segue un percorso che finisce proprio nel 1° seno).

Non abbiamo dimenticato che anche quest’anno sarà registrato il doppio sforamento nel quartiere Tamburi sia delle polveri sottili (PM10) sia del benzo(a)pirene. Non abbiamo dimenticato il rifiuto da parte dell’Ilva di installare delle centraline all’interno del perimetro del terreno occupato dal siderurgico, previste dal piano della Regione e di Arpa per il rilevamento del benzo(a)pirene (a cui Eni e Cementir hanno detto sì).

Non abbiamo dimenticato le tombe e le cappelle del cimitero “San Brunone” ed i palazzi “rossi” del rione Tamburi, investiti da decenni dalle polveri dei parchi minerali che l’Ilva si ostina a non voler coprire, sostenendo che basterà il semplice barrieramento e la conclusione delle colline ecologiche. Non abbiamo dimenticato il continuo mancato pagamento dell’Ici ed il ricatto imposto all’attuale amministrazione comunale per non pagare gli interessi sulla cifra da versare (da 13 mln di euro si è passati ad 8 mln).

Non abbiamo dimenticato, e non abbiamo intenzione di farlo, l’inquinamento senza precedenti prodotto consapevolmente e senza riguardo alcuno per la dignità umana dal 1995 ad oggi (per quello dal 1961 al 1995 diversi dirigenti dell’ex Italsider sono attualmente sotto processo), di cui prima o poi l’Ilva dovrà risarcire questa città: fino all’ultimo centesimo.

Non abbiamo dimenticato i tanti ammalati della nostra città. E non solo quelli colpiti dalle varie forma di tumore: ci riferiamo ad esempio alle donne colpite dall’endometriosi, malattia ancora poco conosciuta ma molto diffusa sul nostro territorio. Ci riferiamo alle tante donne e ai tanti uomini colpiti da infertilità, che come riferisce un convegno dello scorso week end svoltosi a Lecce, pare abbia una stretta correlazione con l’inquinamento da diossina. Come non abbiamo dimenticato le migliaia di morti, tra parenti, amici e conoscenti, disseminati negli ultimi 50 anni e che ognuno di noi porta in fondo al suo cuore. E i tanti giovani andati via da questa città e che mai più torneranno.

E non abbiamo nemmeno dimenticato i tanti politici, sindacalisti, imprenditori, intellettuali e vari personaggi, che hanno sempre saputo, ma hanno preferito coprire, tacere, ignorare. Per tutti questi motivi ed altri ancora, la partita è ancora molto lontana dal potersi considerare chiusa. Perché noi non dimentichiamo. E non dimenticheremo. Mai. “Mentire con garbo è un’arte, dire la verità è agire secondo natura” (Oscar Wilde, Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900).

G.L.
g.leone@tarantooggi.it

Le istituzioni laiche e religiose al cospetto del ‘mostro d’acciaio’, tra ossequi, silenzi e l’assenza del sindaco Ippazio Stefàno

Il silenzio (degli innocenti?)

Zero comunicati, zero parole per commentare i trionfalistici dati illustrati nel rapporto Ambiente&Sicurezza. Eppure l’evento, i temi affrontati ed il sollievo regalato al pubblico selezionato che lunedì ha preso parte alla presentazione del rapporto 2011, avrebbero meritato pagine e pagine di commenti. A prepararsi prima, magari, anche i cittadini avrebbero potuto prender parte ai festeggiamenti con qualcosa di simbolico, magari stendendo al balcone delle lenzuola colorate (non bianche però, fosse mai che quegli iettatori degli ambientalisti e/o qualche giornalisti ‘disinformati’ possano sporcarli con della cenere pur di dimostrare che l’Ilva inquini ancora). Per un giorno gli addetti stampa hanno fatto festa. C’è chi ne vrà approfittato per passare un po’ di tempo in famiglia, chi per sbrigare qualche pratica. Una cosa è certa: si rifaranno presto, magari per far intervenire i propri datori di lavoro su qualche iniziativa culturale o su qualche sagra. Quasi nessuno dei politici che ha preso parte all’evento nel siderurgico è intervenuto pubblicamente per dire la propria, per comunicare ai cittadini di Taranto quell’entusiasmo che pure hanno espresso durante la presentazione dei dati. Uno dei pochissimi a farlo è stato il presidente della Provincia Gianni Florido, anche se con 24 ore di ritardo, durante il Consiglio Provinciale di ieri. Ovviamente lo ha fatto enfatizzando i dati dell’Arpa relativamente all’ultimo rilevamento sulle emissioni di diossina. “0,4 ng ITE/Nmc ha affermato. Parliamo di una azienda che fino ad un anno fa emetteva 500 ng ITE/Nmc ogni dodici mesi e che oggi è sotto il limite”. Di quale limite parli Gianni Florido, come anche i vertici Ilva, non è dato saperlo visto che la legge regionale impone sì quella soglia ma sulla media di almeno tre rilevazioni annuali. Facendo la media con gli altri tre controlli dell’Arpa, risulta un solo dato indiscutibile: che l’Ilva ha emesso nel 2011 più diossina di quanto previsto dalla legge regionale (0,5 ng ITE/Nmc invece di 0,4 ng ITE/ Nmc). Ed è giusto ricordare che non parliamo di un monitoraggio continuo, bensì circoscritto ai tre rilevamenti che, seppure senza preavviso, comunque necessitano del tempo necessario all’arrivo dei tecnici sul posto ed al posizionamento della strumentazione (almeno un’ora e mezza). Proprio quando gli uomini delle istituzioni tarantine per una volta hanno il coltello dalla parte del manico, o tacciono o, come nel caso del presidente Florido, è meglio se lo facessero. Nessuno che domanda alla Regione quale genere di sanzione intende mettere in pratica coerentemente con quella legge che essa stessa ha scritto ed approvato (prevedendo pene pecuniarie). Roba da sommossa popolare se solo Taranto fosse matura al punto tale da pretendere rispetto. Oltre a quello del Presidente della Provincia, c’è stato solo un altro intervento da parte di un politico. Si tratta del consigliere regionale dell’Italia dei Valori Patrizio Mazza. “Mi rammarico – scrive in una nota del fatto che ‘nessuno’ dei presenti ha riferito che sono emersi nel corso del tempo dati probanti l’esistenza di un danno reiterato provocato nei terreni, nel mare ed in tutti i luoghi ove l’industria produce e nessuno ad oggi è disposto a sostenere che considerato il nesso di causalità tra attore e danno provocato bisogna immediatamente valutare l’ammontare di un ristoro, di un risarcimento, da riversare sui danneggiati, sulla comunità ed il territorio compromesso. Nessuno ha detto che se ipotizzassimo alternative economico -lavorative per coloro che sono all’interno dell’apparato industriale ci possa essere uno sviluppo economico maggiore di quello che l’Ilva determina”. Per il resto il sonno è profondo, a cominciare dal sindaco Ippazio Stefàno (assente e rappresentato da Gianni Cataldino). Proprio lui che prima o poi dovrà spiegare come mai le centraline per il rilevamento del Pm10 per ben 40 volte nel 2011 hanno registrato uno sforamento del limite in via Macchiavelli (e manca ancora un mese alla fine dell’anno…). Stiano tranquilli gli amanti della statistica: una volta fatta la media con i rilevamenti delle altre centraline sparse per la città il dato viene ridimensionato al punto tale da diventare oggetto di vanto da parte dei vertici Ilva. Dei 40 e più sforamenti in via Macchiavelli non si accorgerà nessuno se non quei poveri sfigati che vivono sui Tamburi. Non c’erano però solo le autorità laiche del territorio ad incensare il mostro d’acciaio. C’era anche il vescovo mons. Benigno Papa. In una delle sue ultime uscite ufficiali prima del passaggio di consegna a mons. Filippo Santoro, il numero uno della chiesa tarantina ha perso l’ennesima occasione per affermare con forza i principi dell’enciclica ‘Caritas in Veritate’ di Benedetto XVI. La centralità del creato non è certo una novità per il pensiero cattolico, tutt’altro, ma non a Taranto. Anche lui non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali. Ha fatto, però, molto di più. Chi riuscisse ad entrare in possesso della rivista ‘Il Ponte’, edita dal siderurgico e distribuita fra i dipendenti e gli enti del territorio, potrà ‘ammirare’ una intervista di tre pagine nelle quali tesse le lodi della famiglia Riva. Neanche un riferimento al disastro ecologico o al quartiere Tamburi. Non una parola sulle 110 denunce dei cittadini del quartiere per il danno immobiliare alle proprie abitazioni. Non parliamo, poi, delle iniziative legali a difesa della salute o del rapporto del Noe di Lecce. Le regole più elementari della comunicazione insegnano che se di due aspetti contrastanti, in un discorso, se ne omette una, inevitabilmente l’altra emerge e diviene messaggio. Pensate, poi, se quell’intervista (e quel messaggio) arriva nelle case di migliaia di tarantini che nell’impianto siderurgico lavorano quotidianamente e, da cattolici, tengono in dovuta considerazione le parole del loro Pastore. Inevitabilmente quella intervista diviene uno spot per chi inquina ed è ad oggi sottoposto ad un’indagine approfondita della Magistratura. Se poi, in occasione della festività di S. Cataldo, il marchio Ilva è tra i primi a comparire in qualità di sponsor della manifestazione, diven ta difficile dar torto a chi ricordava che la dignità non si compra e che, i soldi donati alla chiesa Gesù Divin Lavoratore per il rifacimento della facciata, non erano che un obolo interessato. Lo hanno capito tutti, tranne mons. Papa che addirittura, in una lettera, ringraziò l’ing. Riva a nome della comunità (“Ho già scritto all’ing. Riva – scrisse l’Arcivescovo ai fedeli del quartiere – per esprimergli la mia e vostra riconoscenza”). Parole che fecero inorridire i cittadini dei Tamburi e non solo, così come l’accusa di ‘inquinamento morale’ che giunse pochi mesi dopo ai cittadini che scendevano in piazza per chiedere un ambiente migliore. Inquinamento morale che, evidentemente, non riguarda i tanti silenzi sul disastro ambientale o il Cataldus d’argento per il volontariato consegnato al responsabile rapporti istituzionali dell’Ilva (siderurgico che era, guarda un po’, fra i finanziatori dell’iniziativa).

Non resta che sperare che mons. Santoro sappia dare una svolta alla chiesa tarantina che, nel rapporto con la grande industria, si è giocata tutta la propria credibilità. Se per le istituzioni laiche bisognerà aspettare ancora a lungo, infatti, per i cattolici l’avvicendamento dona una occasione d’oro per voltare pagina. La speranza di un cambiamento radicale e profondo, proseguendo col parallelismo, è legato soprattutto alla voglia dei giovani di mettersi in gioco. Tanto i giovani sacerdoti (e ce ne sono tanti preparati e motivati), tanto i giovani politici, devono avere il coraggio di conquistarsi i loro spazi e di rompere le catene che assoggettano una intera città agli interessi di pochi. Per usare una citazione biblica, devono essere ‘il seme che fruttò il centuplo’, tanto nello Stato che nella Chiesa visto che entrambi influenzano la nostra vita. Nella speranza, però, che la pianta diventi talmente forte da spaccare le rocce che le impediscono di crescere. Di rompere quei legami ambigui che non le permettono di fare quei frutti che sfamano gli ultimi e non chi ha già.

Gianluca Coviello
g.coviello@tarantooggi.it

Tirate fuori le idee

UN GRUPPO DI CITTADINI SCRIVE AL PROF. PIRRO

“Tirate fuori le idee”

Attraverso una lunga nota, un gruppo di “cittadini ambientalisti di Taranto”, si rivolge al prof. Pirro dell’Universtià degli Studi di Bari e membro del Centro Studi Ilva, per chiedergli di formulare concrete proposte economiche alternative alla grande industria, evitando di ignorare i gravissimi danni prodotti da quest’ultima all’ambiente e alla salute dei tarantini.

“Egregio prof. Pirro la invitiamo ad essere costruttivo, a proporre, lei, economie nuove, che per noi devono essere alternative, per lei aggiuntive, alla grande industria. Faccia l’economista e ci proponga un grande progetto di sviluppo, lei che è del mestiere. Siamo tutt’orecchi. Lei sa benissimo che già oggi la grande industria non copre l’economia di Taranto e provincia, e nello specifico i 220 mil di stipendi elargiti dall’ILVA Spa portano ad un danno sanitario di 284 mln di euro, senza contare il danno provocato alle altre economie. Quelli che lei chiama ambientalisti, sono semplici cittadini che provano a sensibilizzare ed informare una città intera sul disastroso stato ambientale, sanitario ed economico della città, con dati reali di esperti ed enti riconosciuti, o vuole negare il lavoro effettuato nel corso del tempo da: ISPRA, ARPA, CNR, ISDE, S.E.N.T.I.E.R.I? Non provi a metterci gli uni contro gli altri, lavoratori, sindacalisti, imprenditori! Sappia che noi stessi siamo lavoratori dell’ILVA, ENI, Cementir, sindacalisti ed imprenditori, nonché medici, pescatori, mitilicoltori, artigiani, commercianti, genitori e figli! Ci sta chiedendo per caso di non fare esposti, denunce, tutte ben motivate e documentate, per non ledere gli interessi della grande industria? Ci spiace, ma da cittadini impegnati e consapevoli dei propri diritti, continueremo a denunciare chi viola la legge e non rispetta la vita, la salute dei suoi dipendenti e dei cittadini. Purtroppo, non sa quanto ci farebbe piacere che così non fosse, le nostre non sono visioni apocalittiche, bensì drammatici dati di fatto. Come vuole definire l’interdizione dal pascolo nel raggio di 20Km dalla zona industriale? Il divieto di accesso alle aree a verde del quartiere Tamburi?

L’abbattimento delle pecore di 8 masserie e la distruzione di tonnellate di cozze? L’eccesso del 1015% della mortalità per tutti i tumori e del 30% per i decessi per tumore al polmone? L’eccesso 4050% dei decessi per malattie respiratorie acute? L’eccesso di circa il 15% tra gli uomini e del 40% tra le donne della mortalità per malattie dell’apparato digerente? L’incremento del 5% dei decessi per malattie del sistema circolatorio? l’eccesso per la mortalità per condizioni morbose di origine perinatale? Questi risultati sono espressione del decantato contenimento degli inquinanti sul territorio? Non le sorge il dubbio che testimoniano invece l’insostenibile tesi dell’eco-compatibilità ambientale? Già oggi Taranto vive nell’incertezza, nella precarietà, vive di cassa integrazione e sussidi, e purtroppo nel dolore per la morte dei propri cari, nella sofferenza dei propri malati. Lei ha ragione quando dice che Taranto ha bisogno di lavoro da coniugarsi con la salute di cittadini occupati, ma anche “disoccupati”: ma omette di dire che le industrie inquinanti a Taranto non sono in grado di farlo! Si dimetta dal CSI e faccia elaborare dai suoi studenti un grande progetto di alternative economiche, non serve anche a questo l’Università? Alcuni suggerimenti proviamo a darglieli, ci perdoni l’ardire: filiera dell’energia rinnovabile, porto, aeroporto, industria pulita del riciclo rifiuti, turismo culturale-enogastronomico, turismo sportivo e religioso, agricoltura, zootecnia, organizzate in un sistema di piccole e medie imprese, of course!”.

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