CONTRO AMBIENTE
RAPPORTO SULL’INSICUREZZA AMBIENTALE
L’Agenzia Europea per l’Ambiente colloca l’impianto tarantino al 52° posto (su 622) nella classifica dei danni ambientali e di sicurezza per i cittadini. E allora vediamo un po’ di cifre
Ilva, ma quanto ci costi?
Quando si parla di Ilva il pensiero fugge veloce verso l’ambiente, quindi la qualità della vita in cui ogni cittadino di Taranto, e nei pressi di Taranto, vive e costruisce il suo progetto di vita. Quando si parla di Ilva, soprattutto negli ultimi anni, c’è sempre da fare i conti con un dilemma che nessuno, davvero nessuno, riesce o vuol risolvere: coniugare le esigenze occupazionali alla salute. Ecco, perciò, che soltanto menzionare l’Ilva significa discutere di ambiente.
L’Ilva è il quarto gruppo siderurgico d’Europa, un colosso che soltanto nel 2010 ha fatturato poco meno di 8 miliardi di euro, migliorando la performance dell’anno precedente (poco meno di 6 miliardi). Una recente analisi di Mediobanca recita come “il maggiore operatore nel settore della metallurgia è proprio Riva Fire con 7,8 mld di fatturato ed una crescita del 33,8% rispetto al 2009, seguito dal gruppo Marcegaglia che si porta a 3,8 mld, (+48,8%). Seguono il Gruppo Kme, che cresce del 39,5% (2,7 mld) e Thyssen con 2,3 mld (+58,9%). Troviamo quindi Finarvedi (+83,5%), Cln (+20,4%), la Siderurgica Investimenti (+51,8) e Acciaierie Beltrame (+18%). In calo Dalmine che si attesta sotto il miliardo (951 mln), pur essendo parte di un gruppo controllato dalla famiglia Rocca che ha sede in Lussemburgo (Tenaris) e che, a livello mondiale, ha fatturato nel 2010 oltre 7,7 mld di euro con oltre 25mila dipendenti (di cui solo 2600 in Italia)”.
I numeri, ancora, dicono che a fronte di una forte perdita del 2009 (-547 milioni di euro), nel 2010 il recupero è stato consistente (-66 mln), e addirittura nel 2011 il gruppo spera di chiudere con un “leggero utile”, come ha affermato Fabio Riva, vicepresidente e consigliere delegato di Riva Fire, in una recente intervista rilasciata al ‘Corriere della Sera’, all’inizio di ottobre. Nella stessa occasione, Fabio Riva considera come il peggio per il settore dell’acciaio debba ancora arrivare, nel senso che va preannunciandosi un 2012 molto duro e che potrebbe avere conseguenze sulla produzione. Del resto, da tempo circola insistentemente la voce di nuova cassa integrazione nello stabilimento di Taranto: andrebbe, però, ricordato che il monte ore per quest’anno è stato sfruttato del tutto e che, sempre secondo alcune voci, nel 2012 potrebbero essere avviati dei lavori di adeguamento importanti per alcuni impianti. Il che significherebbe che l’Ilva potrebbe in qualche modo rinnovare la cassa integrazione proprio nel periodo dei lavori: curioso, vero? Sfruttare alla bell’e meglio i quattrini dei contribuenti, dello Stato cioè, e nello stesso tempo rinnovare gli impianti: mica stupida la ‘mandrakata’, rispondesse a verità. Vox populi, vox Dei…
Fin qui alcuni numeri, che al pubblico potrebbero pure interessare poco, ma che qualche riflessione invece producono. Per esempio, ed è una delle criticità rilevate dall’Arpa rispetto all’ultimo Rapporto Ambiente e Sicurezza, l’Ilva è una delle aziende il cui canone economico in termini ambientali e di salute per i cittadini che costa di più in Europa: occupa la 52a posizione, in una classifica di 622 impianti industriali europei, secondo l’ultimo report dell’EEA, cioè l’Agenzia Europea per l’Ambiente; in Puglia solo la centrale Federico II di Brindisi ha fatto peggio, addirittura è al 18° posto. Un dato, quel 52° posto, che non è nemmeno, e non lo è stato nello show andato in scena l’altro ieri all’Ilva, sfiorato dal Rapporto 2011 compilato dai bravi ‘studiosi’ del gruppo Riva. C’è bisogno di spiegare cosa significa quel 52° posto? Che in termini di costi sull’ambiente e sulla salute l’Ilva è una delle aziende europee che costa di più, e ovviamente tutto ciò a discapito soprattutto della nostra terra, della nostra salute. Sarebbe interessante sapere cosa risponde l’Ilva a un’analisi simile: che bastano e avanzano i propri report, gli investimenti fatti, gli stipendi che elargisce?
Lasciamo stare e andiamo oltre. L’Ilva già dal 2010 continua ad affermare come abbia investito fortemente sul miglioramento degli impianti e, conseguentemente, sull’impatto ambientale. Bene, stiamo parlando di una cifra, almeno a quanto affermano i dirigenti del gruppo, che si aggira attorno a poco più di 1 miliardo di euro (come riportato dalla tabella ufficiale del Rapporto). Bene, bravi, sforzo niente male: andrebbe, però, anche detto che quel miliardo e passa va spalmato in 13 anni, e cioè dal 1998 fino al 2010, quindi con una media di 80 mln annui. Neppure negli anni migliori, cioè dal 2005 al 2007, quando i profitti raggiunsero circa 2,5 miliardi di euro, l’Ilva ha investito di più in termini ambientali: 79, 75 e 104 milioni in tre anni, tra l’altro anni in cui si inasprì il conflitto tra Enti e azienda (l’Arpa, nel 2006, per esempio, bocciò completamente l’azione della Regione).
Meglio perciò precisare i valori e i tempi di un investimento, che i dirigenti Ilva amano ripetere spesso quasi fosse una concessione straordinaria alla città. Un po’ come fa l’Amiu, che spaccia per straordinarie quelle pulizie nei quartieri che dovrebbero invece essere ordinarie…
Lo stabilimento di Taranto occupa circa 12mila dipendenti, a fronte dei 21mila totali del gruppo Riva: quindi poco più della metà lavora qui, e necessariamente, non certo per concessione divina, il gruppo deve investire somme sostanziose qui per reggere il mercato e i conti economici. Chiaro, no? Quel che vogliamo affermare, in sostanza, è che spacciare gli investimenti sullo stabilimento quasi fossero un ‘regalo’ al territorio è oltremodo provocatorio, perché questo stabilimento per la famiglia e per il gruppo Riva, oltre che per le Istituzioni (che incassano, sperando, le tasse dovute), è molto più che strategico: è il fortino che produce e sostiene il resto delle attività del gruppo nel mondo, che non sono poche e sono molteplici. Soprattutto, serve a rassodare il capitale del gruppo principale (Riva Fire conta diverse holding, divisioni e aziende in tutto il mondo) che, come qualcuno forse non sa, ha residenza in Lussemburgo (la Utia sa) e che come margine operativo è passato da un dato negativo del 2009 (-606 mln) a un dato positivo nel 2010 (+69 mln), a conferma, nei meandri, di quanto afferma Mediobanca. Insomma, i sacrifici dei dipendenti in termini di cassa integrazione negli ultimi due anni sono serviti soprattutto a migliorare i conti del gruppo e a superare la crisi. Come al solito, perciò, a pagare nei periodi negativi sono soprattutto i lavoratori, visto che – ma è andazzo comune nell’imprenditoria italiana – la responsabilità congiunturale negativa non appartiene mai ai portafogli dei padroni ma viene sempre spalmata sui dipendenti che, purtroppo, pur di conservare il posto di lavoro sono costretti a subìre. Peccato, però, che allorquando i profitti sono eccellenti lo stipendio dei lavoratori resta più o meno sempre quello.
Poi, la storia di questa città insegna molto. In termini economici, sarebbe bello conoscere quanti danni – e qui torniamo all’Agenzia Europea per l’Ambiente – ha provocato negli anni l’inquinamento prodotto dall’Ilva. Per esempio, sarebbe bello capire perché a pagare i danni siamo sempre e soltanto noi cittadini. Balle? No, perché l’abbattimento degli ovini, l’economia che esse producevano e il (misero) rimborso alle aziende non viene pagato dagli inquinatori ma dalle Istituzioni, come la Regione e quindi con i soldi dei contribuenti. E inoltre: chi pagherà quei mitilicoltori che da luglio sono fermi nella produzione perché il Mar Piccolo è inquinato? Naturalmente, le Istituzioni: circa 1 milione di euro, a spese dei contribuenti. E chi ripaga l’agricoltura che deve fare i conti con una ‘nomea’ ingiustificabile? Pensiamo agli agrumi, per esempio: basterebbe parlare con qualche produttore che deve svendere il suo prodotto perché ‘tacciato’ di essere inquinato. E l’elenco potrebbe allungarsi notevolmente, sino alle malattie derivanti dall’inquinamento che negli anni è costato in termini di vite umane e di risorse economiche sanitarie.
E allora: quanto ci costa veramente l’Ilva? E quanto ripaga la nostra terra l’Ilva?
Conclusione. Voglia il cielo che la maxi inchiesta sull’inquinamento portata avanti dalla Magistratura tarantina non produca l’esito che, purtroppo, un po’ tutti immaginano. Perché se un giorno fosse certificato il nesso causale tra malattie e inquinamento, beh…
Marcello Di Noi
direzione@tarantooggi.it
E’ fondamentale tracciare un confine netto tra le notizie divulgate e l’effettiva realtà dei fatti. Quella dell’Ilva appare invece come una verità rivelata inconfutabile e indiscutibile, senza possibilità di replica
Le verità nascoste…
Abbiamo scelto volutamente di prenderci 24 ore di tempo per leggere e analizzare la mole di dati che sapevamo sarebbe uscita fuori dal “Rapporto Ambiente e Sicurezza 2011” dell’Ilva S.p.A. Ma soprattutto avvertiamo forte l’esigenza di tracciare un confine netto tra la verità divulgata e l’effettiva realtà dei fatti. Perché ancora una volta, purtroppo, ci troviamo a dover fare i conti con un volume di pregevole fattura, da un punto di vista unicamente topografico e fotografico, che però viene presentato ad un’intera città come il Verbo, una verità rivelata inconfutabile e indiscutibile, che va accettata in toto, senza se e senza ma. Per chi scrive però, il giornalismo non è un mero narrare di fatti, eventi e personaggi, né un riportare fedelmente ciò che viene dichiarato come un copista senza metterlo in discussione e vagliarlo con mente critica, come il buon Immanuel Kant ha provato ad insegnarci, evidentemente senza troppo successo, oltre 300 anni fa. Dunque, stante tale premessa, non possiamo non partire dal dato più evidente e clamoroso che ha contraddistinto la giornata di lunedì. Ovvero il dato emerso dall’ultima campagna per la rilevazione di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino E312 effettuata da Arpa Puglia, che ha registrato un risultato pari a 0,2 ng ITE/ Nmc. Risultato inferiore al valore limite imposto dalla legge regionale n.44 del 19 dicembre 2008 di 0,4 ng ITE/Nmc. Dato che ovviamente ha incontrato il favore ed il giubilo di politici e dirigenti Ilva, tanto da far arrivare quest’ultimi a dichiarare che oramai l’Ilva di Taranto è diventato un impianto industriale modello in ambito europeo. Di fronte a questi valori, l’Arpa ha giustamente sottolineato i grandi progressi fatti registrare dall’azienda sulle emissioni di diossina, mentre la Regione Puglia, nella persona dell’assessore all’ambiente Lorenzo Nicastro, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco.
Sì, perché si dia il caso che la legge regionale in questione, pur essendo stata modificata nel marzo del 2009, parla chiaro: dopo aver effettuato tre campagne di misura annuali, il valore di emissione su base annuale sarà ottenuto mediante la media aritmetica dei valori di emissione delle campagne di misure effettuate. Media aritmetica che non dovrà essere superiore al valore limite imposto dalla legge regionale stante in 0,4 ng ITE/Nmc. Ora: se la matematica non è un’opinione e non c’inganna, sommando le tre campagne di rilevazione effettuate da Arpa Puglia (febbraio 0,68 + maggio 0,70 + novembre 0,20) il risultato che ne vien fuori è 1,58 che diviso tre porta la media annuale a 0,52 ng ITE/Nmc: un risultato sicuramente importante, ma che è semplicemente oltre il limite imposto dalla legge regionale, che essendo entrata in vigore il 1 gennaio 2011, non può essere considerata dai dirigenti un obiettivo da raggiungere, bensì un limite da rispettare: punto. E stante così le cose, l’Ilva è semplicemente fuorilegge: noi ci aspettiamo che, secondo il principio “la legge è uguale per tutti”, la Regione Puglia passi ai fatti, prendendo i provvedimenti del caso che prevede la legge del 2008. Ovviamente, tutto questo ragionamento, nel Rapporto-Vangelo dell’Ilva non lo trovate scritto. Come non troverete scritto, se non di sfuggita, che questi strabilianti risultati ottenuti nel 2011, sono frutto di un sistema alquanto parziale. Per due semplicissimi motivi. Il primo, il più concreto, sta nel fatto che ciascuna di queste campagne di rilevamento di diossine e furani (che avvengono “senza preavviso”, ma con i tecnici Arpa che impiegano ben 90 minuti per arrivare dai cancelli d’ingresso al camino E-312 e montare la relativa attrezzatura) si articolano su tre misure effettuate in tre giorni consecutivi di 8 ore ciascuna. Ora: sempre se la matematica non è un’opinione e non c’inganna, parliamo di 24 ore a campagna, per un totale di 72 ore di rilevamento dati. L’Ilva però, è un impianto sempre in ciclo, che opera 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Un anno è composto da ben 8.760 ore, quindi siamo su una percentuale di 0,82 ore coperte nell’arco di un intero anno. A fronte di tale operazione, crediamo sia superfluo esprimere ogni altro commento sulla reale efficacia di una legge che è stata modificata proprio per non conoscere la verità. Inoltre, è bene sottolineare come la legge in questione preveda che “il valore di emissione derivato da ciascuna campagna sarà ottenuto operando la media aritmetica dei valori misurati, previa sottrazione dell’incertezza pari al 35%”, come del resto prevede anche la norma UNI EN 1948:2006 dell’Unione Europea sulle rilevazioni delle emissioni tossiche, a cui la legge regionale fa riferimento. Sapere quanta diossina viene emessa dal camino E-312 ogni singolo secondo, sarebbe tutt’altra storia e darebbe senz’altro risultati scientifici inconfutabili e certi. E qui siamo costretti a riaprire la famosa diatriba relativa al “campionamento in continuo” delle emissioni di diossina e furani dal camino E-312, che ha vissuto una storia sin qui alquanto tribolata. Questione che all’Ilva non riguarda, e a ragion veduta, visto che nel Rapporto gli vengono dedicate pochissime righe a pag. 55, in cui l’azienda sostiene essere ancora in corso d’opera la prima fase dello studio di fattibilità sulla sperimentazione di tale operazione, che è partita ufficialmente lo scorso 21 marzo. Poi, nello scorso luglio, ad Arpa Puglia arrivò una comunicazione da parte del Ministero dell’Ambiente, secondo cui si era messo in moto In origine, l’articolo 3 della legge regionale prevedeva l’obbligo di tale campionamento: poi, nel marzo del 2009, tale articolo fu “aggiustato” diventando un campionamento da svolgere minimo tre volte in un anno.
Ma nella “revisione” del 2009, non avvenne la totale prescrizione dell’art. 3, ma soltanto una semplice aggiunta di un “comma 1 bis”, lasciando così in vigore l’art. 3 in cui è previsto “l’obbligo per le aziende di presentare un piano per il campionamento in continuo”, che come detto è ancora lungi dall’essere concretizzato. A voi la scelta di individuare il responsabile di tale svista tra l’Ilva, il Ministero dell’Ambiente, la Regione Puglia, il Comune di Taranto, Arpa Puglia e Ispra. A proposito di Palazzo di Città, è bene ricordare a futura memoria, come il sindaco Stefàno abbia sempre osteggiato la possibilità di tale campionamento. D’altronde, ancora persuaso nel 2011 di come non sia possibile “dire con certezza chi sono i colpevoli dell’inquinamento a Taranto”, allo stesso Sindaco non fece difetto asserire in più di una circostanza come “il campionamento in continuo non è possibile. Questo non lo dico io ma studi scientifici che dimostrano quanto controproducente possa risultare qualora utilizzato”. Lo stesso direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, in occasione della presentazione dei primi dati del registro tumori di Taranto lo scorso luglio, disse che chi parlava di campionamento in continuo “non ha capito una mazza dell’argomento”. Sempre su questo tema, quando il 5 luglio venne rilasciata l’AIA all’Ilva, l’assessore all’ambiente Nicastro asserì che era stata anche stabilita, tra le prescrizioni del documento, una data certa per la partenza di tale campionamento, che però a tutt’oggi non è mai stato in grado di fornire.
Che il campionamento in continuo sia controproducente è una certezza: per chi e perché, è sin troppo facile dedurlo. “La verità è tanto più difficile da sentire quanto più a lungo la si è taciuta” (Anne Frank, Francoforte sul Meno, 12 giugno 1929 – Bergen-Belsen, 31 marzo 1945).
Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it
Insieme alle diverse verità nascoste, nel Rapporto Ambiente e Sicurezza 2011 dell’Ilva S.p.A. molte altre sono state consapevolmente dimenticate. O colpevolmente taciute
…e quelle dimenticate
Insieme alle diverse verità nascoste, nel “Rapporto Ambiente e Sicurezza 2011” dell’Ilva S.p.A. molte altre sono state consapevolmente dimenticate. O colpevolmente taciute. Atto che questo giornale non è e non sarà mai disposto a fare o ad appoggiare in maniera più o meno connivente. Noi non siamo disposti a dimenticare. O a far finta che “tutto va ben madama la marchesa”. Men che meno ad emozionarci per un semplice ed insignificante 0,2. Ecco perché sarebbe interessante chiedere ai dirigenti Ilva o ai loro sommi narratori e massimi esponenti della nuova comunicazione 2.0., il perché nel corposo volume manchi una parte relativa a tutto quello che testimonia, a livello scientifico e non meramente ideologico, tutto quello che nell’Ilva non va e tutti i danni che quest’azienda ha causato al territorio circostante negli ultimi decenni.
Ad esempio, è stato “stranamente” dimenticato il rapporto dei Carabinieri del NOE nel quale venivano riportate tutte le irregolarità riscontrate nel corso di 40 giorni di indagini ed appostamenti effettuati dal nucleo speciale dell’Arma. Un rapporto presentato presso la Procura di Taranto il 24 giugno scorso nell’udienza dell’incidente probatorio portato avanti dal pm Patrizia Todisco, attraverso il quale i Carabinieri del NOE consigliavano il sequestro gli impianti del siderurgico al fine di poter avviare un’indagine seria sullo stesso. Rapporto che il 4 luglio scorso arrivò via fax anche al Ministero dell’Ambiente, ma la conferenza dei servizi sull’AIA dell’Ilva svoltasi il giorno dopo, pur prendendone visione, non lo ritenne di una rilevanza tale da comportare modifiche alle prescrizioni licenziate dalla Commissione Istruttoria IPPC.
In quel rapporto però, veniva ad esempio posto l’accento sul fenomeno dello “slopping”, la dispersione dai tetti delle acciaierie delle famose nuvole di fumo rosso dovuto alla presenza di ossidi di ferro, chiaro indice della scarsa efficacia delle prescrizioni per contrastarle previste nell’AIA dell’Ilva. Nel rapporto del NOE si denunciava anche un uso distorto delle torce di tipo continuativo, come pratica di smaltimento e non legato ad eventi eccezionali (come ad esempio le emergenze e/o problemi di sicurezza). L’ultima denuncia del rapporto del NOE riguardava la preoccupante situazione in cui versa l’area Gestione Rottami Ferrosi. Il rapporto del NOE evidenziava l’insufficienza sia della portata delle prescrizioni imposte nell’AIA, sia dei controlli su quanto dichiarato dall’Ilva nel suo piano di risanamento. In particolare si rilevava “l’assenza di sistema di captazione e depolverazione nell’area taglio rottami ferrosi, il sottodimensionamento e l’avaria di quello installato nell’area adibita al taglio dei fondi delle paiole”.
Così come non abbiamo trovato nelle pagine del Rapporto, nulla che facesse riferimento al verbale della Conferenza dei Servizi Decisoria “per acquisire le intese ed i concerti previsti dalla normativa vigente in materia d’approvazione dei progetti di bonifica concernenti l’intervento sul “Sito di Interesse Nazionale di Taranto” dello scorso 15 marzo 2011 a Roma, dopo la comparsa del quale l’iter dell’approvazione della legge regionale sulla bonifica delle falde si è stranamente arenato.
In quel verbale veniva sottolineato come il Piano di Caratterizzazione sito-specifico presentato dall’Ilva S.p.A. fosse incompleto vista “la perdurante assenza della conseguente Analisi di Rischio che deve concorrere alla definizione dei nuovi valori soglia al fine di stabilire definitivamente il livello di effettivo inquinamento”. Inoltre, risultava protocollata anche una nota diretta dell’Ilva S.p.A. (DIR/28 del 16/04/2010), in cui la stessa azienda dava conto dei livelli di notevole inquinamento della falda. Come veniva chiaramente sottolineato che il rilascio dell’A.I.A. “non esime il titolare dell’impianto di avviare e concludere nei tempi previsti il procedimento di bonifica e risanamento ambientale per il sito in questione”. Infine, veniva chiesto agli organi di controllo (Polizia Provinciale, ARPA e ASL) di effettuare idonei sopralluoghi a cadenza ravvicinata “al fine di rendere edotti i soggetti sullo stato attuale del sito, con particolare riferimento agli usi delle acque di falda contaminate e/o ai rischi professionali e sanitari degli operatori/fruitori del sito”. Inutile dirvi che l’Ilva ha fatto ricorso al Tar di Lecce contro quanto riportato nel verbale e la questione è ancora lungi dal concludersi.
Ma, nello stesso tempo, non abbiamo dimenticato i tanti danni causati alle persone ed al nostro territorio nel corso degli anni. Che ovviamente non compaiono nel Rapporto Ilva, come se non fossero mai accaduti. O come se si trattasse di fastidiosi incidenti di percorso di cui è inutile parlare. Ad esempio, non abbiamo dimenticato gli oltre 1.600 capi di bestiame abbattuti dall’Asl di Taranto per la presenza negli stessi di livelli di diossina superiori al limite di legge. Non abbiamo dimenticato le lacrime, la disperazione, il dramma degli allevatori delle masserie della provincia ionica (come le famiglie Fornaro e D’Alessandro). Non abbiamo dimenticato il limite di pascolo nel raggio di 20 km dagli impianti industriali imposto dalla Regione Puglia nel febbraio del 2010.
Non abbiamo dimenticato i mitilicoltori tarantini, a cui viene impedito di lavorare a causa di un inquinamento senza precedenti da Pcb che ha avvelenato il 1° seno del Mar Piccolo (ma state pur certi che prima o poi verrà fuori il nome di chi ha riempito per anni la cava del terreno dell’azienda San Marco Metalmeccanica di materiale di risulta industriale, che combacia con la falda profonda che segue un percorso che finisce proprio nel 1° seno).
Non abbiamo dimenticato che anche quest’anno sarà registrato il doppio sforamento nel quartiere Tamburi sia delle polveri sottili (PM10) sia del benzo(a)pirene. Non abbiamo dimenticato il rifiuto da parte dell’Ilva di installare delle centraline all’interno del perimetro del terreno occupato dal siderurgico, previste dal piano della Regione e di Arpa per il rilevamento del benzo(a)pirene (a cui Eni e Cementir hanno detto sì).
Non abbiamo dimenticato le tombe e le cappelle del cimitero “San Brunone” ed i palazzi “rossi” del rione Tamburi, investiti da decenni dalle polveri dei parchi minerali che l’Ilva si ostina a non voler coprire, sostenendo che basterà il semplice barrieramento e la conclusione delle colline ecologiche. Non abbiamo dimenticato il continuo mancato pagamento dell’Ici ed il ricatto imposto all’attuale amministrazione comunale per non pagare gli interessi sulla cifra da versare (da 13 mln di euro si è passati ad 8 mln).
Non abbiamo dimenticato, e non abbiamo intenzione di farlo, l’inquinamento senza precedenti prodotto consapevolmente e senza riguardo alcuno per la dignità umana dal 1995 ad oggi (per quello dal 1961 al 1995 diversi dirigenti dell’ex Italsider sono attualmente sotto processo), di cui prima o poi l’Ilva dovrà risarcire questa città: fino all’ultimo centesimo.
Non abbiamo dimenticato i tanti ammalati della nostra città. E non solo quelli colpiti dalle varie forma di tumore: ci riferiamo ad esempio alle donne colpite dall’endometriosi, malattia ancora poco conosciuta ma molto diffusa sul nostro territorio. Ci riferiamo alle tante donne e ai tanti uomini colpiti da infertilità, che come riferisce un convegno dello scorso week end svoltosi a Lecce, pare abbia una stretta correlazione con l’inquinamento da diossina. Come non abbiamo dimenticato le migliaia di morti, tra parenti, amici e conoscenti, disseminati negli ultimi 50 anni e che ognuno di noi porta in fondo al suo cuore. E i tanti giovani andati via da questa città e che mai più torneranno.
E non abbiamo nemmeno dimenticato i tanti politici, sindacalisti, imprenditori, intellettuali e vari personaggi, che hanno sempre saputo, ma hanno preferito coprire, tacere, ignorare. Per tutti questi motivi ed altri ancora, la partita è ancora molto lontana dal potersi considerare chiusa. Perché noi non dimentichiamo. E non dimenticheremo. Mai. “Mentire con garbo è un’arte, dire la verità è agire secondo natura” (Oscar Wilde, Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900).
G.L.
g.leone@tarantooggi.it
Le istituzioni laiche e religiose al cospetto del ‘mostro d’acciaio’, tra ossequi, silenzi e l’assenza del sindaco Ippazio Stefàno
Il silenzio (degli innocenti?)
Zero comunicati, zero parole per commentare i trionfalistici dati illustrati nel rapporto Ambiente&Sicurezza. Eppure l’evento, i temi affrontati ed il sollievo regalato al pubblico selezionato che lunedì ha preso parte alla presentazione del rapporto 2011, avrebbero meritato pagine e pagine di commenti. A prepararsi prima, magari, anche i cittadini avrebbero potuto prender parte ai festeggiamenti con qualcosa di simbolico, magari stendendo al balcone delle lenzuola colorate (non bianche però, fosse mai che quegli iettatori degli ambientalisti e/o qualche giornalisti ‘disinformati’ possano sporcarli con della cenere pur di dimostrare che l’Ilva inquini ancora). Per un giorno gli addetti stampa hanno fatto festa. C’è chi ne vrà approfittato per passare un po’ di tempo in famiglia, chi per sbrigare qualche pratica. Una cosa è certa: si rifaranno presto, magari per far intervenire i propri datori di lavoro su qualche iniziativa culturale o su qualche sagra. Quasi nessuno dei politici che ha preso parte all’evento nel siderurgico è intervenuto pubblicamente per dire la propria, per comunicare ai cittadini di Taranto quell’entusiasmo che pure hanno espresso durante la presentazione dei dati. Uno dei pochissimi a farlo è stato il presidente della Provincia Gianni Florido, anche se con 24 ore di ritardo, durante il Consiglio Provinciale di ieri. Ovviamente lo ha fatto enfatizzando i dati dell’Arpa relativamente all’ultimo rilevamento sulle emissioni di diossina. “0,4 ng ITE/Nmc ha affermato. Parliamo di una azienda che fino ad un anno fa emetteva 500 ng ITE/Nmc ogni dodici mesi e che oggi è sotto il limite”. Di quale limite parli Gianni Florido, come anche i vertici Ilva, non è dato saperlo visto che la legge regionale impone sì quella soglia ma sulla media di almeno tre rilevazioni annuali. Facendo la media con gli altri tre controlli dell’Arpa, risulta un solo dato indiscutibile: che l’Ilva ha emesso nel 2011 più diossina di quanto previsto dalla legge regionale (0,5 ng ITE/Nmc invece di 0,4 ng ITE/ Nmc). Ed è giusto ricordare che non parliamo di un monitoraggio continuo, bensì circoscritto ai tre rilevamenti che, seppure senza preavviso, comunque necessitano del tempo necessario all’arrivo dei tecnici sul posto ed al posizionamento della strumentazione (almeno un’ora e mezza). Proprio quando gli uomini delle istituzioni tarantine per una volta hanno il coltello dalla parte del manico, o tacciono o, come nel caso del presidente Florido, è meglio se lo facessero. Nessuno che domanda alla Regione quale genere di sanzione intende mettere in pratica coerentemente con quella legge che essa stessa ha scritto ed approvato (prevedendo pene pecuniarie). Roba da sommossa popolare se solo Taranto fosse matura al punto tale da pretendere rispetto. Oltre a quello del Presidente della Provincia, c’è stato solo un altro intervento da parte di un politico. Si tratta del consigliere regionale dell’Italia dei Valori Patrizio Mazza. “Mi rammarico – scrive in una nota del fatto che ‘nessuno’ dei presenti ha riferito che sono emersi nel corso del tempo dati probanti l’esistenza di un danno reiterato provocato nei terreni, nel mare ed in tutti i luoghi ove l’industria produce e nessuno ad oggi è disposto a sostenere che considerato il nesso di causalità tra attore e danno provocato bisogna immediatamente valutare l’ammontare di un ristoro, di un risarcimento, da riversare sui danneggiati, sulla comunità ed il territorio compromesso. Nessuno ha detto che se ipotizzassimo alternative economico -lavorative per coloro che sono all’interno dell’apparato industriale ci possa essere uno sviluppo economico maggiore di quello che l’Ilva determina”. Per il resto il sonno è profondo, a cominciare dal sindaco Ippazio Stefàno (assente e rappresentato da Gianni Cataldino). Proprio lui che prima o poi dovrà spiegare come mai le centraline per il rilevamento del Pm10 per ben 40 volte nel 2011 hanno registrato uno sforamento del limite in via Macchiavelli (e manca ancora un mese alla fine dell’anno…). Stiano tranquilli gli amanti della statistica: una volta fatta la media con i rilevamenti delle altre centraline sparse per la città il dato viene ridimensionato al punto tale da diventare oggetto di vanto da parte dei vertici Ilva. Dei 40 e più sforamenti in via Macchiavelli non si accorgerà nessuno se non quei poveri sfigati che vivono sui Tamburi. Non c’erano però solo le autorità laiche del territorio ad incensare il mostro d’acciaio. C’era anche il vescovo mons. Benigno Papa. In una delle sue ultime uscite ufficiali prima del passaggio di consegna a mons. Filippo Santoro, il numero uno della chiesa tarantina ha perso l’ennesima occasione per affermare con forza i principi dell’enciclica ‘Caritas in Veritate’ di Benedetto XVI. La centralità del creato non è certo una novità per il pensiero cattolico, tutt’altro, ma non a Taranto. Anche lui non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali. Ha fatto, però, molto di più. Chi riuscisse ad entrare in possesso della rivista ‘Il Ponte’, edita dal siderurgico e distribuita fra i dipendenti e gli enti del territorio, potrà ‘ammirare’ una intervista di tre pagine nelle quali tesse le lodi della famiglia Riva. Neanche un riferimento al disastro ecologico o al quartiere Tamburi. Non una parola sulle 110 denunce dei cittadini del quartiere per il danno immobiliare alle proprie abitazioni. Non parliamo, poi, delle iniziative legali a difesa della salute o del rapporto del Noe di Lecce. Le regole più elementari della comunicazione insegnano che se di due aspetti contrastanti, in un discorso, se ne omette una, inevitabilmente l’altra emerge e diviene messaggio. Pensate, poi, se quell’intervista (e quel messaggio) arriva nelle case di migliaia di tarantini che nell’impianto siderurgico lavorano quotidianamente e, da cattolici, tengono in dovuta considerazione le parole del loro Pastore. Inevitabilmente quella intervista diviene uno spot per chi inquina ed è ad oggi sottoposto ad un’indagine approfondita della Magistratura. Se poi, in occasione della festività di S. Cataldo, il marchio Ilva è tra i primi a comparire in qualità di sponsor della manifestazione, diven ta difficile dar torto a chi ricordava che la dignità non si compra e che, i soldi donati alla chiesa Gesù Divin Lavoratore per il rifacimento della facciata, non erano che un obolo interessato. Lo hanno capito tutti, tranne mons. Papa che addirittura, in una lettera, ringraziò l’ing. Riva a nome della comunità (“Ho già scritto all’ing. Riva – scrisse l’Arcivescovo ai fedeli del quartiere – per esprimergli la mia e vostra riconoscenza”). Parole che fecero inorridire i cittadini dei Tamburi e non solo, così come l’accusa di ‘inquinamento morale’ che giunse pochi mesi dopo ai cittadini che scendevano in piazza per chiedere un ambiente migliore. Inquinamento morale che, evidentemente, non riguarda i tanti silenzi sul disastro ambientale o il Cataldus d’argento per il volontariato consegnato al responsabile rapporti istituzionali dell’Ilva (siderurgico che era, guarda un po’, fra i finanziatori dell’iniziativa).
Non resta che sperare che mons. Santoro sappia dare una svolta alla chiesa tarantina che, nel rapporto con la grande industria, si è giocata tutta la propria credibilità. Se per le istituzioni laiche bisognerà aspettare ancora a lungo, infatti, per i cattolici l’avvicendamento dona una occasione d’oro per voltare pagina. La speranza di un cambiamento radicale e profondo, proseguendo col parallelismo, è legato soprattutto alla voglia dei giovani di mettersi in gioco. Tanto i giovani sacerdoti (e ce ne sono tanti preparati e motivati), tanto i giovani politici, devono avere il coraggio di conquistarsi i loro spazi e di rompere le catene che assoggettano una intera città agli interessi di pochi. Per usare una citazione biblica, devono essere ‘il seme che fruttò il centuplo’, tanto nello Stato che nella Chiesa visto che entrambi influenzano la nostra vita. Nella speranza, però, che la pianta diventi talmente forte da spaccare le rocce che le impediscono di crescere. Di rompere quei legami ambigui che non le permettono di fare quei frutti che sfamano gli ultimi e non chi ha già.
Gianluca Coviello
g.coviello@tarantooggi.it


